sistermorphine: THIS IS NOT AN EXIT

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domenica, 03 agosto 2008

Naked Dinner

Non ho una famiglia simpatica, ma in fin dei conti mia cugina fa un buon tè, e non è colpa loro se sono arrivato fino a questo punto.

Mi chiamo JB. Non è il mio vero nome.

Faccio il cantante, rock, pop e altro ancora.  Possiedo una bicicletta dorata in garage e una penna rossa nella tasca della giacca. Nella tasca destra della giacca. Ho anche questo blog nero, che viene letto da compagni e compagne, sconosciuti e signorotti. Il mio blog piace, perché io sono un bel personaggio, credibile e scanzonato. Mio padre è anche meglio ed è per questo che io e lui andiamo d’accordo. Mi racconta delle storie e io gli dico: “Stronzata!”, lui incrocia le braccia sul torace e dice: “Lo giuro su tua madre”, poi prende il bicchiere di vino e lo svuota sulla tovaglia.

Io rido, lui ride, ed è cosi che le nostre serate trascorrono.

 

JB non è il mio vero nome. L’ho scelto perché mi serviva un nome musicale e breve, come un’arpeggio di John Mayall. Lo ascoltavo da piccolo ed è ancora il mio idolo. JB è un bel nome, sensuale e accondiscendente (due caratteristiche che nel mio immaginario vanno sempre a bracetto). L’appellativo è rassicurante, e concede una patina dietro la quale mi muovo in scioltezza. Certo, a volte mi pento della scelta, ma alla fine della fiera, la verità non interessa a nessuno.

 

Da sempre ho scelto di darmi un tono, come certi arredi urbani, a metà strada tra l’egocentrismo di chi li ha progettati e le pretese funzionali delle esigenze. Spesso finisco per propendere per il primo dei due aspetti, ma piuttosto di recente, specialmente quando ho a che fare con delle donne, mi chiudo in me stesso e divento un tipo qualunque, convenzionale e perfino annedotico. Cosi sento il bisogno di ottenere e confermare, come un impiegato delle poste, e alla fine penso che sarebbe stato meglio rimanere a casa ad ascoltare Strauss.

 

Non so cosa potrei dirvi di me, che possa suscitare il vostro interesse. Non abito in montagna, ad esempio. Esagerando, potrei dirvi che abito in riva al mare, e i gabbiani mi svegliano ogni mattina prima dell’alba. Allora io scendo dal letto e mangio gelato al caffè, pensando al Cile e alla Bolivia.

La mia strada si chiama via Garibaldi, un nome sovrabbondante per una posto come questo. Scrissi al comune, persino, suggerendo Thomas De Quincey o almeno Edgar Lee Master; quello che ho ottenuto è stata una lettera in cui venivo accusato di esterofilia provinciale. Davvero strano: è un fatto che in questa strada non ci sia neanche un parcheggio adeguato per la mia bicicletta.

 

I miei vizi sono facilmente catalogabili: alcool, fumo e droga. Come tutti i JB del mondo, io mi reputo il miglior JB al mondo, quindi non ho intenzione di smettere.

Mi procuro da vivere inventando nuove parole, di cui scelgo anche il significato. La cosa divertente è che la semantica non dipende in alcun modo dal contenuto etimologico della parola inventata. Non mi faccio illusioni: non sono certo il primo a impegnarmi in attività del genere, e lascio volentieri il posto onorario a maestri assoluti che mi hanno preceduto, perseguendo la grandezza in altri campi che non sto qui certo ad elencare.

 

Mia madre è una bella donna, e io pagherei per arrivare così a 66 anni. Ha ancora le tette belle sode, e come fa il brodo di verdura lei, nessuno. Il suo trucco è il carciofo, ma non ho capito mai cosa intende, ed è tutta la vita che glielo chiedo.

 

JB è un bel nome perchè anche graficamente mi soddisfa. Mi fa quasi eiaculare. Certo, va detto che ho sempre sofferto di eiaculazione precoce (e molte di voi che leggono qui lo sanno bene), cosi come di intelligenza precoce. A sei anni volevo fare l’università e all’università volevo avere sei anni, ma solo perché mi mancava il mio peluche preferito, il Puffo Sapientone.

 

Trovo che J sia la lettera graficamente più bella – persino in Times New Roman - perché sembra una ragazza distesa sul letto con un libro sotto il mento, e le gambe alzate e la schiena nuda. Spesso ho pianto di gioia davanti a simili spettacoli naturali. La B è invece rassicurante e pregna, come una Giunone faconda e un poco obesa, come mia nonna ai tempi di Ceausescu. Quando c’era lui, tutti avevano il lavoro. 

 

Mia sorella nella vita consulta il televideo e studia ginecologia. Non ho capito cosa c’è da sorridere, ma ormai vi lascio fare. Con lei ho un rapporto pesante e leggero allo stesso tempo, in cui l’orgoglio del non dire si mescola al non detto dell’amore. Spesso l’ho tenuta per mano, nei miei sogni.

 

JB non è il mio vero nome, ma a volte mi dimentico della bugia e sembro crederci veramente. Ho sviluppato molto bene nel tempo questa abilità, specialmente nei contatti rapidi e sensoriali.

Avendo studiato a lungo le faccende relazionali, devo dire che per quanto possa essere abilmente dominata, la tensione tra due sconosciuti al primo incontro è dolcemente malcelata. Se ci pensate bene, l’essere umano è tutto qui. Prendete un barista e i suoi clienti, ad esempio. Ho passato ore a guardarli e tutto quello che so è questo, che tutti, in quel frangente, hanno la guardia alta e i guantoni ben imbottiti. Non è tanto male, tutto questo. Penso infatti che l’ambiguità sia un tesoro inestimabile e non mi piacciono gli indumenti a tinta unica. Trovo la doppiezza e il dubbio molto consolanti, la certezza egoista.

Mi viene in mente una frase del grande Proudhon, teorico delle società umane e studioso delle rivoluzioni: “La proprietà è un furto”. Ogni volta che me ne ricordo sorrido interiormente e il mio cuore sfregola felice. Da quando l’ho letta, sono solito ripetere questa frase in giro, e qualche ragazza l’ha anche capita.

 

Sorridono appoggiate alla porta con le palpebre appesantite dal vino bianco, e la sigaretta nella mano, mi chiedono da dove sono uscito, pretenziosamente al di là.  

Allora io, non aspettando altro, mi prendo una pausa, mi concentro un attimo per riempirmi di vuoto, e sorrido a mia volta, rubando la bugia a qualcuno che nell’universo si sta sentendo troppo in colpa. E’ semplice dirlo come fosse una verità, leggera ma stabile tra il chiacchericcio, la musica, il tintinnio di bicchieri e le risate fuori coro. Colgo qualche parola alle mie spalle e di lato, e sono nel bel mezzo della pausa. Questa pausa è tutto, estate autunno primavera e inverno, tutto, e ne approfitto per dire che le pause sono importanti, e non vorrei mai farle finire. Vivrei in pausa, a dirla tutta, e vivo per le pause, a esser schietto.

Poi lo dico.

Come una verità, leggera e stabile.

 

“Mi chiamo JB. Non è il mio vero nome.”

postato da: DirectorGood alle ore 20:56 | link |

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