sistermorphine: THIS IS NOT AN EXIT

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giovedì, 27 marzo 2008

un ballo, il seme

Vuoi sapere perché mi sono masturbato prima di andare a letto. Te lo spiego subito. La vedi la mia giacca? Ha delle gocce di sperma vicino alla tasca destra. E’ successo che ero giá al tavolo con il mio migliore amico. Avevamo ordinato del salmone con mandorle e vino bianco, proprio quello che il cameriere ci aveva consigliato. E poi è entrata lei, all’improvviso, capito? Ed ero convinto davvero di averla giá vista. Anzi, potrei dire che ero sicuro di averla giá vista. Forse ci ero persino andato a letto, qualche anno prima.

 

Indossava un cappotto di tweed, i jeans e delle scarpe di vernice rossa. Mi ha guardato un attimo, e io ho ricambiato, ci mancherebbe. Le ho sorriso. Mi sembrava un bel modo per cominciare. C’era un pianista, che suonava nell’angolo vicino alla vetrata. Lei non ha ricambiato il mio sorriso, perché timida come sempre, pensai.

 

E allora mi sono avvicinato, prima che dal bagno tornasse mia moglie. Mi sono avvicinato al suo tavolo, capisci?

Beh, vedo che mi stai guardando in maniera strana. Lo capisco, un po’. Ma devi fidarti di me. Conoscendomi, conoscendoti, conoscendoci, non è facile credere a quello che ti sto dicendo, lo so. Ma ti avevo detto che non era una storia usuale. Allora ascolta. Le chiesi se voleva ballare, che avevamo un conto in sospeso. Mentii, come al solito. Cercò l’approvazione del suo uomo, e quando fummo solo io e lei sul pavimento a scacchiera,  con il suo profumo dolciastro e i suoi occhi grigi e il suo sorriso stentato, i capelli le caddero un po’ davanti agli occhi, allora io glieli spostai stando attento a non rovinarle il trucco.

 

Mia moglie tornò dal bagno mentre io le chiedevo del suo passato, della nostra vita precedente. Quale vita precedente? Un’alzata di spalle, un’ignoranza innocente, tutto ciò che non si può intuire, senza il compromesso di una propria sopravvalutazione. Quando la musica finì, ci lasciammo senza un gesto finale, conclusivo, neanche un bacio insomma. Nulla di drastico. Nulla.

 

Tornai al tavolo appesantito dal dubbio. Mi penserà domani? Il nostro futuro?

Fui di nuovo lontano da lei, dopo esserle stato vicino come mai, o come un tempo?

 

Ogni tanto, oggi, ricordo ancora come volteggiavamo ancora su quel pavimento, cercando nei ricordi, nelle ansietà, nelle preoccupazioni, nelle cicatrici, nelle scelte. Non avevo più voglia di parlare con gli altri due; figuriamoci con mia moglie.

 

Poi a casa, mi sporcai la giacca, qui, come ti ho detto. Vicino alla tasca destra.

postato da: DirectorGood alle ore 14:48 | link |
mercoledì, 12 marzo 2008

intelligenza emozionale

Da un anno che si rincorreva un anno, e l'anno prima aspettando ancora, e aspettando da un anno anche tre anni fa, quattro anni fa, aspettando un'altra rivincita, un cambiamento, sempre dall'anno prima. Sempre verso il futuro. Bambino, Babbo Natale non esiste.

Un biglietto inventato  per Manchester, per Parigi, poi per Atene, infine per Mosca, c'é anche Lenin, laggiú.

Il sentirsi sciogliere dentro, il vortice rabbioso di rabbia e ferite aperte, mai richiuse, il bruciare freddo della malinconia, gli occhi che non hanno voglia di vedere, scantonano di fronte alle conferme del mondo casuale ma scontato, l'impossibile anestesia da chi oggi non ti puó capire. Speranza, connessione, dolore via cavo.

L'ennesimo tradimento. Devi solo guardare, ancora.

Ti amo.

Sempre di piú.

postato da: DirectorGood alle ore 17:04 | link |
martedì, 04 marzo 2008

Deprivation (eternity is now)

Non sapevo che fare, mi annoiavo.

 

Ne avevo di scadenze; ma al solo pensiero mi veniva una strizza alla pancia che mi obbligava a dimenticare.

 

Ero a casa dalla mattina, da solo. In studio i documenti giacevano in attesa. Ciondolavo in cucina, steso sul tappeto persiano, sotto il lampadario. Battevo la mano sul pavimento di legno, cercando di trovare una melodia originale.

 

Fuori, sul balcone. Un po’ di pioggia calda cadeva. Un po’ di pioggia calda se ne andava. Poi un sole soffocato.

Un cane annussava i suoi escrementi e scavava l’asfalto con le zampe posteriori.

 

Tornai sul pavimento per un’oretta di relax. Non feci nulla di particolare, a parte cambiare posizione ogni tanto.

Andai poi in cucina, dove lavai un paio di piatti giá puliti. Avevo fame, ma niente da mangiare. Mi venne l’idea di far la spesa, ma il supermercato – un paio di isolati dal mio cancello – sembrava il posto piú irrangiungibile del mondo.

 

Guardai ancora attraverso la finestra. Una macchina verde era dietro una macchina rossa, ed i gomiti dei guidatori erano fuori, sporti sul finestrino. Una delle due mani reggeva una sigaretta. Cominciarono a suonare i loro clacson, accusandosi reciprocamente di fretta e lentezza. Chiusi gli occhi e ascoltai rumori di progresso e voci senza padrone.

 

Con gli occhi sulla strada sottostante, ne approfittai per guardarmi dentro, e non ci vidi altro che ambiguitá e rassegnazione. Il sole non c’era più, restavano solo le nuvole. Alienazione, ego, paranoia. Cos’altro. Vulnerabilità?

 

Chiusi la finestra e accarezzai il mazzo di chiavi che avevo in tasca. Qualche ora prima era sotto il naso della mia migliore amica; tre strisce, la notte precedente.

 

Dentro, ancora, giocherellando per un’ora buona con lo sportello del frigorifero. Apri e chiudi. Luce, buio, caldo, freddo.

 

Mi guardai un attimo le unghie: cresciute.

In baglio le tagliai con cura, seduto sul water. Mi spogliai del tutto, e riempii la vasca. Rimasi nell’acqua per un tempo indefinito. Riuscii anche a dormire?

 

Uscii da lì che avevo la pelle viola e blu. Elettrificato dai brividi, mi asciugai con i vestiti che avevo addosso prima, e li riggettai sul pavimento.

 

Mi accasciai sul divano, origliando da una parete gli echi della casualità. Restai lì fino a perdere coscienza di spazio e tempo.

 

L’estate indiana se ne stava andando. Non avevo nessuno con cui prendermela.

Allora, mi trascinai a letto e mi addormentai, spossato da me stesso.

postato da: DirectorGood alle ore 11:48 | link |