sistermorphine: THIS IS NOT AN EXIT

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giovedì, 31 gennaio 2008

memorie dal sottosuolo

il primo disco che la maggior parte della gente dice di aver comprato sembra sempre essere quello di una grande band - beatles, rolling stones, magari gli who.

stanno chiaramente mentendo.

è uno strano modo di aumentare le aspettative degli altri su se stessi, di fare automitologia del proprio passato, pensare che le persone ti terranno meno in considerazione se sapessero che la prima gita al cinema non l’hai fatta per vedere “il volto” di ingmar bergman, ma “bianca neve e i sette nani”, con tua sorella, il moccio al naso, e tua madre fuori in macchina ad aspettare.

 

il mio primo disco è stato “i treni a vapore” di fiorella mannoia, 1992, il mio primo film “nikita”, luc besson, 1990.

anche i posti erano sbagliati.

sebbene nella mia infanzia sonnacchiosa e tiepida non ci fossero posti giusti, si può dire che a quel tempo non ero così artificiale e sofisticato come adesso. ma dopotutto, non sono mai stato un tipo semplice.

il cd lo comprai da un vecchio tedesco cieco da un occhio e sordo da due orecchie, al doppio del prezzo normale; come abbia fatto a gabbarmi, ancora me lo chiedo. il film lo vidi con mio padre al cinema del centro storico, poco prima che venisse chiuso per ristrutturazione.

questa è la mia verità.

 

chattavo.

a casa di un musulmano occidentalizzato, frequentatore di palestre come io di fast food, indossatore di camicie aderenti come io di calzini spaiati, portatore sano di richezza come io di cultura, mio pigmalione e commitente, dai gusti letterari nulli (allende, hornby, e quel buffo fallito di nome marquez, te li strapperei i baffi, vecchio grassottone).

lui veniva dall’algeria, io consumavo la mia cena: vodka liscia.

era un lunedì sera di stanchezza ed esili pretese, una bassa marea della ragion pratica, come amo dire alle studentesse di filosofia (sì che potete usarlo anche voi da ora, stupidotti).

chattavo con un quarantenne architetto italiano a cui stavo facendo mangiare del pecorino sardo. lo vedevo in webcam, nudo come un agnello, lo avevo raccolto nella room sadomaso di un noto portale informatico per puttanieri, poi lo feci entrare in una vasca da bagno, sfruttavo l’aiuto di una donzella bionda che era accanto a me, e dopo, sempre nella vasca da bagno, gli feci annodare il suo crocifisso in fronte, e mettere gli occhiali sullla spalla sinistra, mi sembrava in sovrappeso di una decina di chili, e quado gli chiesi di effettuare dei piegamenti nella vasca da bagno spense il collegamento, dicendomi che ero “brava” a voler comandare, ma lui no, così in basso no.

 

anche ad alcune di voi farei molte cose. molte, molte belle cose.

una mia fissazione, alcuni dicono morbosa, altri noiosa, altri esosa, altri gioiosa, altri burbanzosa, sarebbe disegnare sulle vostre schiene dei ghirgori frattali, il simbolo della diadora, la stella di davide, e altri simboli privi di significato. anche intarsiarvi come rovere e ricamavarvi come tappeti persiani. cose del genere.

mi servirebbero una biro e qualche chiodo, un moschettone per parapendio, un tritacarne a manovella.

ve le dirò per bene, un giorno, le cose che vi farei.

anzi sapete che vi dico? ve le dirò prossimamente.

 

per concludere, in questi giorni stavo pensando che un pretesto da cui non consegue granché non è sempre qualcosa di astratto, e sebbene io resti restio (oh oh quale fluida e macchinosa assonanza) ad aprire la mia intimità all’essere umano – vestigia di un passato torbido sul piano affettivo – potrei dire che questo sfogo, nel suo disarticolarsi amaro e con i suoi passaggi di camuffata frustrazione, possa rappresentare bene i picchi del mio struggimento, non significando comunque un cazzo di nulla.

e allora, meglio mangiare una crostatina (albicocca).

 

 

                   grosz18

 

         the best days of their lives, 1923

       george grosz

postato da: DirectorGood alle ore 17:53 | link |
lunedì, 21 gennaio 2008

joy

un aquilone lo tengo per mano

come con te

una sola volta

era a berlino

non te l’ho detto

ma mi sentivo un cretino

 

e ora parlano di prosecco

ho il naso che è quello di uno stambecco

altri invece di gammaidrossibutirrato

non sono contento

ma neanche malato

 

il mio naso è proprio all’ingiù

l’acqua sta bollendo

ci metto del sale

non bolle più

 

quella troia la ammazzerei

la appenderei per il culo all’attaccapanni

e la frusterei con il mocho vileda

tanto mica lo uso

per lavare i pavimenti

 

tutto quello che ho

è una bottiglia d’acqua minerale

e la mia faccia da maiale

 

e ora via dalle balle

tutti voi

siete solo cacca di orsetto

 

cosa darei

per avere un pigiama pulito

postato da: DirectorGood alle ore 22:14 | link |
martedì, 08 gennaio 2008

il posto migliore

non me ne intendo di balletto. tutto quello che so è che nell’intervallo le ballerine puzzano come cavalli.

 

anton checkov

 

 

e tutto intorno era l’aereoporto con i piloni grigi di metallo e gli archi a tre cerniere nel soffitto che si incastonavano tra i triangoli di panna, o forse erano i triangoli che si incastonavano negli archi? fuori freddo, molto freddo, un freddo non proprio invernale, bianco, diciamo autunnale, rosso, e io non vedevo l’ora di entrare dopo aver preso il bagaglio e sedere su quella panchina centrale sotto il soffitto dei triangoli di panna. la panchina era ancora lì, solo che stavolta c’erano un po' di ragazzi portoghesi che giocavano a pro evolution soccer sul computer portatile, e due di loro avevano scelto proprio il portogallo, e la partita era proprio portogallo contro portogallo. sedetti su quella panchina di fronte leggendo un po’ il giornale e facendo un po’ il cruciverba, c’era un otto verticale che non trovavo, perciò ripresi il giornale, anche se avevo un buon libro dalla copertina bianca. ricordo che era proprio su quella panchina che quel ragazzo mi aveva augurato buona fortuna, e aveva detto rock and roll quando se ne era andato, proprio come nei film, e io mi chiedevo ancora se ci teneva davvero alla mia fortuna. me lo ricordo bene, quel ragazzo, aveva una maglietta aderente e un paio di jeans griffati, i baffi e il gel tra i capelli, sorrideva senza tentennamenti, e leggeva la biografia di robbie williams - il cantante, non l’attore - o era forse un’autobiografia? su quella panchina eravamo vicini a una coppia gay che si baciava e il ragazzo col libro mi guardava ammiccando, un po’ sorridendo, pensando che magari anche io dovevo sorridere perché una coppia gay si stava baciando accanto a me, ma io guardavo senza espressione il libro che aveva in mano, la foto di robbie williams - il cantante e non l’attore - e poi alzavo gli occhi e guardavo lui, che continuava a ridere perché i due ragazzi gay si stavano baciando. così mi alzai e andai al bar e ordinai una vodka lemon, ma la barista mi guardò sorridendo e anche io stavo sorridendo, ma quando lei scosse il capo e  il sorriso divenne una smorfia io dissi che stavo scherzando, un espresso macchiato. e poi partì ruby tuesday, e il ragazzo che leggeva la biografia di robbie williams era accanto a me, e mi disse oh li hai visti quelli o no?  e io gli sorrisi e cominciammo dal bar a ridere di loro, che si baciavano nelle giacche a quadretti e negli stivaletti gialli. ruby tuesday andava e veniva tra i rumori dell’aereoporto, mentre ridevamo, ma poi vedemmo le immagini di una partita alla televisione del bar e lui disse che era andato allo stadio, ad assistere a quella partita, ed era seduto proprio là, vicino alla bandierina del calcio d’angolo, e aggiunse che aveva vinto i biglietti con l’estrazione in un ristorante, il ristorante italiano della zona tre, quello che c’è tra il museo di storia e e la lavanderia. poi la coppia gay se ne andò e noi tornammo ai nostri posti, e parlammo di niente, e lui mi disse che robbie williams era davvero il suo idolo, che conosceva a memoria ogni concerto, anche le cose che diceva tra un pezzo e l’altro, e di come in quello di berlino aveva fatto salire sul palco una ragazza bionda, una sua fan, e l’aveva baciata, mentre il pubblico continuava a cantare, e loro due intanto si baciavano. ormai ruby tuesday era arrivata allo stacco di keith richards e io stavo per iniziare a cantare l’ultima parte, ma ci ripensai e non lo feci, perché non la sentivo veramente da un sacco di tempo, e volevo proprio ascoltare mick jagger, proprio la sua voce, senza cantargli sopra. il ragazzo continuava a parlare, mi disse che ora tornava a roma, aveva davvero bisogno di una bella bistecca, che avrebbe poggiato la valigia nella sua cameretta e portato a spasso il cane, il suo cane pietro. poi mi chiese se io avessi una ragazza, e io dissi che avevo un cane, e mi chiese il nome, e dissi ernesto, proprio come che guevara ed hemingway, ma questo non glielo dissi, perché magari non sapeva chi fosse hemingway mentre che guevara lo conoscono tutti. passò davanti a noi una mora molto bella e io non la guardai a lungo e così mi chiese se per caso io fossi gay, e io dissi che non lo ero, e poi gli chiesi se per lui cambiava qualcosa, e lui disse no, non cambia niente, possono fare quello che vogliono, l’importante è che non mi diano fastidio. rimanemmo lì in silenzio, i piedi poggiati sui bagagli, lui con il libro in mano, io con l’occhio sull’otto verticale,  sopra di noi il soffitto di panna, e in sottofondo una canzone pop dal motivetto audace. i ragazzi portoghesi se ne erano andati e solo a guardare le vetrate sentivo davvero freddo. vedevo il mio riflesso, forse stavo cominciando a perdere i capelli, me ne ero accorto anche l’altro giorno in palestra, mentre mi guardavo durante gli esercizi, quando quel tipo nero che indossava una maglietta senza maniche di tre taglie più piccola mi disse che forse dovevo piegare meno la schiena, e poi gli chiesi cosa lui stesse facendo e mi rispose che oggi dovrei fare gambe, ma mi annoio davvero, e così faccio ancora pettorali. avevo ancora i piedi poggiati sulla valigia, e stavolta ero solo, non era stato davvero male col ragazzo che leggeva la biografia di robbie williams – cantante, non attore – perché almeno avevo scambiato quattro chiacchere quella notte, che noia altrimenti che sarebbe stata, vero? mi ricordo che poi passò davanti a noi, proprio lì davanti alla panchina centrale e sotto il soffitto di panna una bionda con una borsa in pelle, stivali in pelle, e jeans neri negli stivali in pelle, e di lei mi piacquero molto le labbra, i capelli, gli occhi, il corpo, le gambe, il culo. così la raggiunsi e la presi per mano, e lei si girò all’improvviso, guardandomi da sopra la spalla, uno sguardo intimorito e corrucciato insieme, mi chiese cosa volessi, e io le chiesi se c’eravamo conosciuti a a san pietroburgo o nel kentucky – dissi proprio così, kentucky - ma lei si liberò con uno strattone, e stavo per inseguirla, per spiegarle un po’ cosa mi piaceva di lei e che magari potevamo andare a mangiare un pollo alle noci qualche volta, ma era già quasi uscita, e non è che avessi tutta questa voglia di correre. così quando tornai a sedere sulla panchina centrale, sotto il soffitto di panna, il ragazzo che leggeva robbie williams – il cantante e non l’attore – mi lanciò uno sguardo d’approvazione, caspita allora non sei gay, e io non risposi niente, perché stava cominciando a innervosirmi. così tirai fuori il giornale e lessi cosa davano quella sera in televisione, e facendo quel gesto mi sentii un po’ un eroe dei fumetti, quel tirare fuori il giornale lasciando una battuta di ammirazione in sospeso, ma anche un po’ bud spencer, prima della rissa nel bar con una canzone degli oliver onions, da non confondere con george oliver onions, uno scrittore in gamba anche se - mia opinione per carità - fantastica un po’ troppo, e comunque chi ne hai mai letto una sola cazzo di parola? continuavo a guardare il palinsesto dei programmi, sentendomi eroe dei fumetti e bud spencer, studiavo quella pagina anche se non potevo guardarmi nulla, non avendo una televisione da un po’ e comunque dovendo restare quella notte in aereoporto, e quando dissi al ragazzo stasera mi vedo questo lui mi guardò proprio come uno psicopatico, ma poi gli sorrisi, e lui scoppiò a ridere e disse certo che sei forte tu, e ci facemmo delle belle risate, risate grasse – disse lui – e anche dopo, quando rivedemmo i due ragazzi gay che ora camminavano per mano come se niente fosse, disse lui. io cominciavo ad avere fame, così comprai un sandwich ai gamberetti, ma lo buttai dopo il primo morso, perché manco lui ne voleva. mi sorrise e quando andò via, doveva andare, a fare il check in, mi disse rock and roll, buona fortuna.

poi mi trovai ancora lì, sotto il soffitto di panna e sulla panchina centrale, stavolta solo come un maiale, fuori un freddo rosso, ma purtroppo sempre più bianco, con i piedi ancora poggiati sulla valigia e in mano un libro dalla copertina bianca, che potevo lasciare proprio su quella panchina, magari con una dedica, come nei film. ma non lo lasciai, visto che il libro lo volevo davvero leggere, sennò perché me lo ero comprato? mi venne fame, e andai al bar e comprai un sandwich ai gamberetti, che mi piacque davvero. ne presi un altro e lo buttai dopo il primo morso, poi tornai a sedere, aprii il libro e sorseggiai un tè alla pesca, di quelli che mi fanno vomitare, e cominciai a leggere, proprio mentre chiamavano per il check in dall’altoparlante.

questo significava che dovevo andare.

postato da: DirectorGood alle ore 00:28 | link |
mercoledì, 02 gennaio 2008

Worn outworn out, 1881
vincent van gogh


postato da: DirectorGood alle ore 00:22 | link |