JB, you’re boiling! your face is purple!
un amico di JB
1.
insomma eravamo qui a limonare, con delle ragazze vestite da babbo natale. sette birre a testa se ne erano giá andate e ci muovevamo al rallentatore come in una moviola di un talk show sportivo. ma non eravamo in pantaloncini.
io indossavo le mie solite mutande nere (marca leon), sotto i jeans. stavo decidendo a quale delle babbo natale avrei portato i regali.
le teste dondolavano al ritmo della musica, in maniera ridicola. ci stancammo dell’alcool e mandammo giù delle palline di mdma. i muscoli si irrigidirono e le labbra si serrarono. la musica continuava a battere, superba come una modella lituana a piazza del popolo. le ragazze vestite da babbo natale ora assomigliavano a delle befane.
ce ne andammo da quel posto per entrare in un altro.
le schiene sudaticcie delle bionde si sfregavano nel caos. scintille.
2.
dentro mi mancava l’aria e decisi di andare a prenderla fuori. avevo il timbro sul polso con la scritta “i got out of bed for this?” che era la garanzia della mia sinceritá. accettai una sigaretta da una mora con i riccioli, solo perché mi ero stancato di dire che non fumavo.
non fumo molto, da dove vieni. sì ma da che parte esattamente. e tu che fai qui. e per quanto ti fermi qui.
pur tinta di color incredibile hulk, sembrava proprio carina.
3.
realizzai che mi facevano male le gengive. davvero male, un male intollerabile. le sentivo ritirarsi e pulsare sangue. buttai la sigaretta, entrai di nuovo e mi diressi verso il bagno. nel caos biondo non riuscivo ad avanzare. l’mdma mi faceva vedere tutto verde fosforescente.
sudavo. mi tolsi la polo a maniche lunghe, e la gettai su un divanetto. cominciai a spingere in tutte le direzioni. del mio compare nessuna traccia. mi girai verso la porta a vetri. la mora con i riccioli era ancora lì a fumare. parlava con un tipo nordico con i rasta. ripresi a lavorare, continuando a spingere. un mare di giallo e verde fosforescente e un tempo infinito per contorcersi, fluirsi, e rifluirsi prima che riuscissi a mettere la zip dei miei jeans davanti all’orinatoio comune. un’ amalgama di urea e sapone al mirtillo mi penetrò il setto nasale, mentre i miei calzini si impregnavano del miscuglio liquido che bagnava il pavimento del bagno. avevo ancora le scarpe rotte. acqua, piscio, e vomito mi diedero una sensazione di freschezza ai piedi.
attaversai di nuovo la pista, e quando passai davanti al condizionatore dei brividi di freddo mi frustarono la schiena. la musica batteva forte. un tanfo di sudore e incenso intorno a me. chiome biondiccie e vestiti ridotti all’osso.
uscii fuori. avevo bisogno di una sigaretta.
4.
la mora con i riccioli non c’era. dei volti verde fosforescenti mi guardavano con aria schifata. al posto delle braccia mi sembrava di avere dei blocchi di legno.
il classico figo di legno, pensai, cominciando a ridere da solo.
una bionda dall’aria elegante mi passò davanti. la chiamai per nome, un nome scelto a caso: ehi, kate.
non si chiamava kate. le chiesi una sigaretta che non aveva, un nome che non mi disse, e un bacio che non arrivò. tutto in questo ordine. giocai la mia ultima carta: ci siamo visti a san francisco?
scosse la testa, seria.
il suo ragazzo, il manager del club, ci stava guardando da dietro.
5.
a salvarmi arrivò una mia amica, un’italiana bionda, nonché una bionda come un’italiana (probabilmente una nastro azzurro), che mi portò a distanza di sicurezza, spacciandosi per la mia donna. aveva la faccia verde fosforescente.
il manager faticò a calmarsi, ma alla lunga l’alcool ci mise d’accordo.
troppo alla lunga. dopo uno spreco di vodka lisce ci scambiammo i numeri di telefono, ma, purtroppo, non le ragazze.
6.
sono in bagno.
il mio stomaco sembra il magazzino di un bar e la mia testa un gruppo elettrogeno. continuo a vedere verde fosforescente.
mi sento male e voglio vomitare. riesco a farlo. la bionda italiana mi controlla dalla soglia, poi si avvicina. freddo e liquido nelle scarpe. un francese in bagno mi rivolge la parola, ma gli dico di lasciarmi stare. la mia amica ci fa fare pace. le dico di prendermi la polo dal divanetto. mi tolgo la maglietta, metto la polo.
dopo aver vomitato, mi sento molto meglio. verde fosforescente. movimenti rigidi, gengive che pulsano. orecchie che fischiano.
dalla finestra del bagno guardo il mare, calmo, nero. penso che questo posto è davvero bello. il mio compare entra in bagno e mi guarda preoccupato.
gli chiedo se vede verde fosforescente. mi dice che vede verdino.
ho voglia ancora di bere, perché ora ho spazio nello stomaco. penso di essere un alcolizzato. il manager mi offre uno shot. non voglio sapere cosa c’è dentro. mi fa schifo, ma mi solletica le budella. il gusto è orribile. balliamo.
il mio compare bacia una tipa lentigginosa e coi capelli rossi.
io mi muovo male come al solito. mi sento rigido, ho freddo. verde fosforescente. piscio nei calzini. bar nello stomaco. gruppo elettrogeno nella testa. abbraccio una donna sulla quarantina.
mi sento come una murena in un intestino tenue.
7.
ero sul punto di svenire, quando svenni.
8.
mi sveglio a casa della bionda italiana, nudo fino all’osso, ma con un paio di mutande (le solite: marca leon). accanto al letto c’è un secchio vuoto. i miei vestiti sono su una sedia. non ho mai comprato queste mutande. devo averle rubate a un mio vecchio coinquilino. mi vanno strette.
la bionda italiana dorme accanto a me in un pigiama rosa con fiorellini bianchi. bambini di cui non vedo il volto gridano in strada. c’è il sole.
mi riaddormento.
9.
mi servirebbe una buona canzone per i titoli di coda. una canzone come poche, attraente. perché quando ci sono i titoli di coda mi sembra di essere l’unico a guardare ancora lo schermo.
mi devo anche sforzare per farlo. devo schivare tutte le sagome che, assetate per due orette di buio, si dissetano di luce. cercano reciprocamente gli sguardi per condividere l’opinione sul film, raccolgono i cappotti da terra. guardano il cellulare, ridono.
e il direttore della fotografia? gli addetti al montaggio? e il costumista? lo sapete quanto è importante un costumista, voi che andate a vedere la guerra dei mondi?
chi legge i loro nomi? contano solo se sono vostri parenti?
faccio colazione con patatine fritte e latte intero. preparo un caffè per la mia amica, torno a casa.
passo davanti al club della sera prima. vuoto, chiuso. come un bambino che sconta la sua punizione in silenzio.
la ressa era grande, tutti – io per primo – volevamo stare in prima fila. in prima fila, lontano dagli ultimi. tutti si dimenticano degli ultimi.
gli ultimi saranno gli ultimi. le comparse non le legge nessuno, bisogna mettersi il cappotto e dire: allora, ti è piaciuto?
si spinge per entrare nella grotta e accarezzare il bue e l’asinello.
ad alcuni basta la stella cometa: si può guardare anche da lontano.
sono le tre di pomeriggio.
torno a casa facendo la strada principale.
10.
ehi, dimenticavo.
merry christmas.
merry f*cking christmas.
non eri nessuno quando sei arrivato, piccolo cinesino. il tuo primo tocco di palla nel meazza non è stato quello che tutti raccontano, quello che conoscono anche i milanisti. non era quel bolide che arrivò dritto nell’incrocio dei pali in quella prima di campionato, quella in cui ronaldo non toccò palla.
il tuo primo tocco fu un altro. ma ancora più bello, perché completamente inutile. trofeo pirelli contro il manchester united, in un’amichevole d’agosto. passaggio orizzontale a difese schierate, ma non col piatto, no. col colpo di tacco. piano americano subito dopo, ed eccolo lì, il tuo sorriso da incosciente.
un sorriso che poi affibiarono ad altri, a quelli che col pallone dicevano di divertirsi: a gente come ronaldinho, cafu, e kaká.
gente con cui, io e te, e quelli come noi, non abbiamo da spartire niente. noi non vogliamo le copertine, piccolo cinesino, nè alzare i trofei. tu non ne hai mai vinti di mondiali, nè champions league, nè palloni d’oro.
non sei mai stato il primo della classe. solo un brillante ultimo. uno di quelli che si mettono in ultima fila, a leggere libri sotto il banco mentre un professore con la giacca piena di forfora spiega perché paolo e francesca non si amavano come due persone qualunque.
eri solo, come zeno e la sua coscienza. ma la tua era incoscienza, perché a differenza di zeno non hai neanche provato a smettere di fumare.
i tuoi gol impossibili li conoscono in tutto il mondo.
e tutti sanno che sei un miliardario che fregava i soldi alla squadra, al presidente, di cui eri il cocco.
ma molti non sanno quanto ti ho odiato, quando eri un fantasma per quindici partite di seguito. con i capelli lunghi, la barba incolta di un mese, e senza voglia di correre, neanche quanto andavi a battere un calcio d’angolo a venti metri da me.
mi stavi facendo un favore, a battere quel cazzo di calcio d’angolo.
guardavo quel tuo piede sinistro e ti odiavo.
ma ti odiavo come un diabetico odia un pugno di frutti canditi.
essere con te, nello stadio, significava attendere, attendere, ancora attendere. significava bianco sulla pagina quando vuoi scrivere nero, nulla prima della creazione, silenzio prima della musica. era quello il momento che mi piaceva, piccolo cinesino.
cosa mi hai regalato, tu? un deserto pieno di gente. dei gioielli luminosi, ma falsi. della birra calda. o era la tua pipì?
che ti ho dato, io? i miei sogni in cambio di un po’ di bigiotteria. in cambio di qualcuno dei tuoi sorrisi, quando facevi una delle tue giocate. in cambio del tuo essere così supponente, quando ti lamentavi di tutto, non avendone diritto, perché non ti sei mai affibiato doveri.
ma ti volevo in campo, sempre, in qualsiasi ruolo.
hai fatto impazzire i migliori tecnici al mondo, perché non sapevano in che ruolo metterti. rispondevi con “ho bisogno solo di giocare”. poi non toccavi mai la palla. hai concesso ai difensori più scarsi prestazioni sontuose, quando ti hanno cancellato. hai mancato di fair play, a volte. ti sei fatto odiare dagli interisti perché a immagine e somiglianza della malinconia dei nostri occhi, durante i pareggi interni con la reggina.
ma io ti volevo sempre lá. per masochismo forse. perchè ti capivo, forse. perché tu sei il motivo, forse, per cui io ho passato anni dietro a due colori e undici ragazzi sempre diversi che corrono dietro a un pallone.
mare in tempesta e cielo di notte: nerazzurri. noi siamo questo.
noi siamo quelli che non arrivano vergini al matrimonio, e non scriviono libri di barzellette. non facciamo beneficenza, nè diciamo che a fine carriera faremo i pastori evangelici, dopo aver guadagnato dieci milioni all’anno. non facciamo la pubblicitá ai salumi campioni del mondo. non ci diamo malati per cambiare squadra e arrivare nella nuova squadra e dire che in quella di prima non c’era una buona societá.
noi non abbiamo la giornata piena di cose da fare, ma piena di cose da non fare. magari le facciamo lo stesso, a volte bene, a volte male. a volte usciamo, e le lasciamo fare agli altri.
noi non siamo buoni e belli e bravi. noi non rilasciamo interviste a famiglia cristiana.
noi camminiamo sul capitano del barcellona, nel nou camp di barcellona.
tu sai stupire, sai emozionare. come una stanza di giochi dei bambini, piena di giocattoli, ma disordinata. come una casa piena di libri, che sono ovunque tranne che sugli scaffali. tu odi quelli che hanno i libri in ordine sugli scaffali, quelle collane di libri da cucina, o i volumi a tema dell’enciclopedia della scienza e della tecnica fatta con qualche quotidiano.
tu non sei in campo per recuperare la palla, non perché sei un giocatore grintoso, non perché sei un idolo della folla. non ecciti la folla con gesti da gladiatore. non sei buono per il marketing.
sei una minoranza, e anche silenziosa. un insulto alla statistica, all’aspettativa. non sei nella media. sei una speranza. sei uno che riesce a soffrire di solitudine anche in uno stadio che aspetta solo te per sorridere.
tu non sei una stella, non lo sarai mai. sei un meteorite che precipita su un pianetino sconosciuto, quando non tutti se ne accorgono.
improvviso, unico, incostante, arrabbiato. lunatico, erratico, dolce. immotivato e demotivato. defraudato eppure ladro. dotato eppure svogliato. nebuloso, sgualcito. buio, e luminoso.
con te non avremmo mai vinto niente. non c’eri alla festa in piazza duomo. eppure sei interista dentro. piangevi quel giorno, di gioia. come me. eri campione come me.
ma non c’eri. perché per te c’è solo l’essere, o il non essere, mai l’apparire. mai.
non so che farai, se giocherai, se non toccherai palla, se ci farai tre gol.
una cosa soltanto ti chiedo.
un gioiello falso dei tuoi, un gol impossibile. di quelli che gli altri possono solo guardare. di quelli che anche i palloni d’oro ti invidiano, anche se loro si allenano ogni giorno.
e voglio il tuo sorriso da incosciente, mentre tutti allo stadio si guardano per capire come hai fatto.
un abbraccio, cinesino.
forza inter.
il mio guaio? preferisco un pallonetto ad una corsa di quaranta metri.
alvaro recoba