sistermorphine: THIS IS NOT AN EXIT

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domenica, 25 novembre 2007

tra le persone che hanno frequentato la casa di via della pergola n. 7 vi era anche un ragazzo soprannominato «il barone», di origine sudafricana che provava una forte attrazione per amanda e che una notte, trovandosi in stato di ubriachezza, aveva dormito sul water, dopo aver defecato senza scaricare il water, particolare questo che coincide con il rinvenimento sul water dell'appartamento del ragazzo stesso.

il corriere della sera

 

 

già scommetti libretti e mi metti tra gli sconfitti
ma io tiro graffi da gatti, quelli ritratti con i peli dritti
i pregi sono profitti? saranno sfregi i miei scritti
come graffiti bombati sui soffitti a palazzo pitti
altro che i miei testi, i miei testicoli tu li vuoi fritti
per berci su più caffè dei settemila di britti
non sono i giudizi di sti tizi a farmi venire gli strippi
e cosa avrei fatto se fossi stato il figlio marine di un hippy?

michele salvemini

 

 

che cosa so del destino dell'uomo? potrei dirvi di piú a proposito dei ravanelli.

samuel beckett

 

 

il professore, stanotte, è la quinta volta che lecca sale dall'incavo tra l'indice e il pollice della mano sinistra. riapre gli occhi e davanti a lui c'è il quinto bicchiere vuoto. assaggia la quinta fetta di limone.

accanto a lui una ragazza lo guarda divertita.

non la conosce, la guarda. gli dice che non sembra messo tanto bene.

 

quella mattina il professore aveva deciso di non insegnare più, mai più.

aveva deciso di passare le sue giornate future a scrivere. sarebbe diventato uno scrittore. così, per spasso.

 

raffiche e raffiche di entropia gli attraversano la mente, mentre le luci del locale cominciano a girare.

la ragazza gli chiede se è sicuro di sentirsi bene, se forse non è il caso di tornare a casa.

 

per spasso, avrebbe fatto lo scrittore. tutto il giorno seduto a un tavolo, solo coi suoi personaggi, tirare fuori dalla tasca della giacca un taccuino e una penna, scrivere. nuvole di fumo che sarebbero uscite dalla sua bocca, mentre guardava per terra aspettando le parole.

sfidare se stesso a stare in solitudine. per cent’anni.

qualcuno ci aveva vinto anche un nobel.

 

come ti chiami, le chiede il professore, ma non aspetta la risposta.

questo è uno dei miei tanti meriggi pallidi, le dice. uno dei tanti.

la pavimentazione del locale è in marmo cipollino verdastro. falsi tappeti persiani danno un tono all’ambiente.

basso pesante, ritmi funky e chitarre wah-wah in sottofondo.

nella sua mente un portmanteau di ricordi e sensazioni si agita come una tempesta di neve. la ragazza sembra più vicina, e ha i capelli che odorano di balsamo al cocco.

 

veronica, la ragazza dai capelli al cocco, indossa delle scarpe verdi col tacco. una gonna di jeans che le fascia le gambe. un giubotto di jeans scuro sopra una maglia marrone. la sua pelle è d’alabastro. i suoi occhi sono blu.

 

avrebbe passato il resto della sua vita a immaginare storie. o a raccontare le sue storie. cuori da zingaro, mani nodose. i giovani.

i vecchi. i mari. sì.

qualcuno ci aveva vinto anche un nobel.

 

il dj grida qualcosa di incomprensibile. il locale trabocca di esseri umani. tutti muovono la bocca e ordinano da bere per i propri amici.

andiamo, dice la ragazza dai capelli di cocco.

 

avrebbe potuto scrivere della morte di suo padre, di come chiedeva solo un po’ di musica classica e qualche film di fellini, più che isole pancreatiche per il suo diabete. e della madre, poco viva ma molto vegeta: un vegetale.

 

non vengo da te, capelli di cocco.

uno sguardo corruciato gli risponde inquietudine e inadeguatezza.

del cocco gratis non lo aveva mai rifiutato nessuno.

 

- una passeggiata, meglio. usciamo di qua. passeggiamo sul lungomare. nei posti affollati soffro di solitudine.

 

- cioè?

 

- mi viene da vomitare, nei posti affollati.

 

- sul serio?

 

- sì. mi viene la nausea.

 

- addirittura la nausea?

 

- qualcuno ci ha vinto anche un nobel...

 

escono che la sera, ormai una zitella attempata, lascia posto alla notte, una bambina dalle lentiggini luminose: le stelle.

la notte è giovane e zoccola, non pensa alla gravidanza: l’alba è lontana.

 

passeggiano per moli addobbati, chiaccherando.

una pioggia fastidiosa graffia i loro visi, e accompagna una brezza che sale dal mare. si respira un profumo dolciastro.

 

il lungomare finisce quando è ormai un’alba tinta di rosso lo sfondo delle loro mani che si stringono.

i gabbiani si svegliano e cominciano a volteggiare in cerca di cibo.

la vita non è un ostello in cui la colazione è compresa nel prezzo.

solo un letto con le molle sgangherate e una doccia preda del calcare.

il conto, però, rimane sempre salato, perché gli errori sono inevitabili come le mance ai camerieri insolenti.

 

andiamo – dice il professore – ti mostro dove alloggio.

 

 

postato da: DirectorGood alle ore 17:39 | link |
mercoledì, 07 novembre 2007

life is too short for guitar solos

dov’eri quando hanno sparato a kennedy è diventato dov’eri durante l’attacco alle torri gemelle. tutto cambia, molto si conserva.

qui e ora, dove i bar aprono quando i supermercati chiudono. i supermercati mi hanno sempre annoiato.
una città bellissima e unica: a sud del polo nord e a nord del polo sud si respira tutta un’altra aria.

alle elementari ci si accarezza con le compagne dell'asilo. alle medie ci si bacia con le compagne delle elementari. al liceo il grande amore con la compagna delle medie.
all'università si scopa con le compagne del liceo. a trent’anni ci si sposa con le compagne dell'università.
io continuo a pagare le troie.
casey, moira, bridget, sevelanne: grazie. ma ora cerco altro, e non ho più soldi.
vi amerò, per sempre.

attorno a me vedo da anni poveri imitatori che si affannano a starmi dietro, a cercare di dare spiegazioni alla mia volubilità. la spoliazione non è furto, il bizantinismo non è retorica. questo mi hanno versato addosso per anni.

dov’eri durante l’attacco alle torri gemelle.
tornavo dalla spiaggia con un quaderno a righe pieno di appunti, indossavo una maglietta bianca, e accarezzavo i capelli a una ragazza. kennedy era già morto.

avevo attorno poveri imitatori che cercavano di leggermi nella mente, che mi chiedevano il numero di telefono, e che mi facevano i complimenti per avere in cambio un sorriso alle loro battute.

qui e ora, dove le troie fanno prezzi speciali se sei un cliente fisso, cerco tra di loro qualcuna che possa farmi innamorare.
cerco qualcuno di speciale, dicono. tutti a esplorare il prato alla ricerca dei quadrifogli.
dei trifogli non si occupa nessuno.
la radio del bar passa folk irlandese. barcollando arrivo in bagno, mi guardo nello specchio e sono bellissimo.
piscio, e brucia.

dov’eri durante l’attacco alle torri gemelle.
cucinavo perché era il compleanno di un mio caro amico. poi sono andato in veranda e ho guardato i gabbiani che pescavano a filo d’acqua.
ho acceso la tv e ho pensato: dev’essere bello questo film.

i miei imitatori non sanno spiegarsi perché metto sempre due calzini diversi, perché non rispondo al telefono. perché ho l’hobby dell’amore difficile. fanno a gara per avere il loro nome nel capitolo più bello della mia autobiografia.

qui e ora, dove i trifogli hanno gli occhi verdi e i quadrifogli hanno gli occhi castani, guardo sevelanne mentre si riveste.
ha gli occhi verdi.
dov’eri quando hanno sparato a kennedy, le chiedo.
un’alzata di spalle è la risposta. non ero nata, dice.

mi guardo nello specchio della stanza da letto. tutto cambia, ma molto si conserva: sono ancora bellissimo.

postato da: DirectorGood alle ore 23:28 | link |