i bravi artisti esistono in quello che creano e pertanto sono del tutto disinteressati a quello che sono. un grande poeta, ma veramente grande, è la più impoetica delle creture.
i poeti mediocri invece sono creature terribilmente affascinanti.
essi vivono la poesia che non sono in grado di scrivere.
oscar wilde
come dorian gray, viveva la sua vita come un’ opera d’arte.
riceveva spesso critiche, riguardo alle sue parole, quelle rivelate con nonchalance irritante.
idee scarne partorite dall’ozio, che diventavano parole sobrie, povere, prive di una qualsiasi universalitá, ma affascinanti.
gli piaceva.
gli piaceva giocare con un personaggio che non esisteva, metterlo prima della sua vita, baccagliare le adolesecenti e scherzare le trentenni, specialmente quelle con i jeans attillati, struccate, che amavano leggere classici sulla metropolitana.
gli piaceva fare il seducente, l’ammaliante, il genio sregolato. i capelli sporchi, i jeans strappati, le maniche delle camicia avvolte attorno agli avambracci.
prendere la dimensione letteraria della vita, violentarla a suo piacimento, e a volte dismetterla, poi riprenderla, poi lasciarla ancora.
trattare le parole come puttane.
parlava come se fosse dio.
non da attento censore di uno stato d’animo, da proiettare su lettori affidabili e amici, non come un amico, ma come un professorino su un piedistallo, come apollo sul suo carro di luce.
sfrontato e timido, romantico e aggressivo, bello, dotato di un fisico naturalmente prestante, ma poco rifinito, di una cultura imbarazzante per chi gli stava accanto, era un tipico prodotto di una mente indipendente per natura, che amava ascoltare più che parlare, cercare più che trovare.
una mente sovrabbondante ma agile, potente ma controllata.
un paradosso fatto materia.
fiore all’occhiello del magma culturale dell’italia meridionale del dopoguerra, odiava l'oroscopo, la superstizione, la cosiddetta provvidenza, e in generale non si vedeva granchè bene all’interno di un disegno universale di tipo finalistico e teleologico.
cinico, empirico, pessimista, si serviva di un tutto suo black-porn humour per conferire un che di sconsolato e patinato alle cose del mondo, filtrandole con i suoi occhi tristi ma luminosi, lucidi ma forti, castani ma a volte verdi (nell'acqua di mare, quando il sole tramontava alle sue spalle, i gabbiani volteggiavano cercando cefali e gamberetti, il mare si appiattiva e il sole si trascinava sotto l'orizzonte, e una ragazza lo baciava, tenendolo per i capelli).
inguaribilmente romantico, era totalmente sottomesso e devoto a languide nostalgie di ogni tipo, di tempi e luoghi, al senso dell’invisibile, ai ricordi e alle sensazioni extratattili. ai profumi, e alle donne con tatuaggi dipinti su schiene abbronzate.
incapace di accettare la sconfitta, si ritraeva come un vincente col vizio della sconfitta stessa. la sconfitta è il blasone dell'animo ben nato, amava ripetere, dopo aver perso a scacchi contro il suo migliore amico.
la vita gli aveva dato i problemi oppressivamente leggeri tipici di un occidentale dalle aspirazioni tragiche, che si chiudeva in camera a masturbarsi prima di pranzo, due genitori che non si amavano più, un ambiente soffocante da chiudere al di fuori della sua mente.
sognatore, irascibile, lunatico.
ateo ubriaco di trascendenza, inseguiva esclusivamente ciò che non poteva raggiungere, sbarazzandosi in fretta di tutto ciò che arrivava, non voluto.
il vento non soffiava mai nella direzione giusta.
capelli ricci e nodosi, spalle larghe, pelle ambrata, amava leggere per pomeriggi interi, e non uscire di casa per settimane.
merde, li chiamava, tutti quelli lá fuori. quei pieni di niente e vuoti di tutto, quegli ignoranti cronici, malati consapevoli di vacuitá, che si professavano “sommersi dal lavoro” e che lo scambiavano per un amico.
li odiava più dell’amore che si trascina, più dei legumi, più del roland garros. tutti quei portatori sani di provincialismo, che avevano fatto le scuole private e pregato ogni mattina per anni, che si cibavano di ciò che la sua benevolenza scartava, dei suoi avanzi della cena, e votavano alle politiche quello che avevano deciso i loro genitori.
disordinato, trasandato, sfatto, si innamorava nel freddo e sotto la pioggia di donne senza ombrello e coi capelli bagnati, dotate del senso della punteggiatura e di autoironia. di donne deboli e di lettrici compulsive. di occhi tormentati.
di quelle che, come lui, odiavano le vie di mezzo, i salutisti, le commedie all’italiana e le agende piene di impegni.
odiava invece le donne quando erano solo femmine, baracchini di figa e niente più, che a quel punto, cristo, era meglio scoparsi il rotolo della carta igienica.
e tutte quelle ochette che ciarlavano a voce troppo alta, le sgraziate, e le galline dal clitoride impermeabile, frustrate dalla mancanza di una vita forzatamente chick lit.
perché lui amava perdere tempo, passare ore nei bar a parlare di niente, deprimersi, impregnarsi d’accidia.
preferiva gli inverni gelidi alle estati torride.
e amava i fiori appassiti, i divani in similpelle, i litri di caffeina, george sand.
e ora.
ora quell’uomo non c’è più.
è andato. sostituito. riciclato. deturpato per sempre. sfigurato nell’animo.
perché lui faceva male, a molti. quasi a tutti.
perché a lui piaceva, piaceva terribilmente, farsi odiare.
era nocivo, velenoso. ma, poiché unico, facile da estinguere.
mi mancherai, amico.
davvero.
tu sai perché.
noi due eravamo invincibili.
addio, fratello.
sei il migliore.