il mondo è fottuto: non ne resta neppure un peto di coniglio.
henry miller
e così mi ritrovai a quel tavolo, con una coppia di dieci, spacciata con abili movimenti di ciglia, per un colore.
il verde del tavolo, il giallo delle pareti, l'incertezza di chi, di fronte a me, cercava di leggere il mio punto dai dorsi delle carte. i raggi x erano un privilegio di pochi campioni.
il poker mi piaceva.
il poker mi sfamava.
ordinai una limonata al cameriere che mi passò accanto.
il mio avversario era un uomo attempato e bilioso, che dava l'impressione di leggere classici nel tempo tempo libero. roba per checche.
io, fresco di jarry e camus, lo sfidavo senza avere un soldo in tasca.
appena lo vidi, decisi di lasciarlo in mutande.
mi sarei dovuto accontentare di un ufficio con vista sulla spiaggia, di pause pranzo sul lungomare, di gabbiani a cui lanciare il pane.
avrei spesso cercato di scrivere, poche righe ma ogni giorno, per illudermi di avere ancora un’opportunità.
per iilludermi meglio che fosse falso, tutto quel vero.
volevo fare l’alba solo per ricordarne i colori.
faceva caldo, quella notte, e sulla spiaggia mi facevo illuminare dalla luna.
ripensavo a quel posto in cui forse non sarei tornato, a quel bar, a come ridevamo degli altri e di come gli altri credevano di imitarci.
poeti, pensavamo di essere, sempre pronti a sciorinare stronzate da un pulpito traballante, a indicare la via giusta, come se fossimo guide spirituali in volontariato.
lontano, vicino.
a destra, a sinistra.
di là, di qua.
sì, tornerò.
forse.
"hei, JB, è vero che le ragazze ti lasciano perché ce l’hai troppo piccolo?"
"JB: sono loro che hanno la fica troppo grande."
*il ricordo*
era mercoledì, ed andavo di nuovo a diarrea.
e decisi di tornare.
non solo per vedere il nuovo allevamento di trote e carpe (le carpe sono quelle con dei lievi baffetti sulle labbra), ma anche per riprovare il piacere di prendere cinque caffè nell’arco di tre ore. l’aria condizionata era al minimo. e la mia voglia di sesso ne risultava condizionata.
stavo propendendo per le carpe.
*il fatto*
no, non sapevo fare il suo esercizio di elettronica. ma volendo, potevo parlarle di shakespeare.
mi rispose di no, che un amplificatore operazionale poteva anche essere meno romantico del distico finale del sonetto quarantuno, ma sicuramente più redditizio.
aveva ragione. nella vita non ci si esprime con pentametri giambici. le dedicai parole di comprensione.
era una trota che doveva ancora crescere, a colpi di merluzzo.
una vecchia amica mi si avvicina, apprezzando i residui della mia abbronzatura, e ignorando la presenza di una nuova cicatrice sul mio corpo. il mio sorriso la incanta.
ero tornato, ancora una volta. e lei era felice. mi guarda sognante e ne ignoro il motivo.
non sono più quello che preferisce le domande alle risposte, le dico. e non dormo più senza cuscino. i miei sogni ora sono più duri.
no, non sono quello che credi. non sono un anticonformista malpensante e antiborghese.
lo sai che hai davanti un finto ribelle, un predicatore zoppo, una pecorella che volutamente si è smarrita, ma che sa a menadito la strada del ritorno a casa.
e non ho bisogno di un’arianna che mi regali un gomitolo. e tanto meno di una come te, col culo grosso e la seconda scarsa.
si allontana, e sparisce dalla mia vista inesorabilmente, come il sole che si immerge nel mare al tramonto.
resto lì a guardarmi le scarpe.
la luna è già alta in cielo, e nel frigo ho solo il limoncello.