sistermorphine: THIS IS NOT AN EXIT

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venerdì, 22 giugno 2007

essere fighi: un'arte che (non) tutti possono imparare

a volte ci sono nuvole, nel cielo delle tue giornate, e minacciano pioggia, proprio quando ti vuoi abbronzare.
finalmente lo sai, che non c’è più un posto che puoi chiamare casa, e finalmente ti piace, che sia così.
la vita non è granché a volte, ma a volte, si fa gustare.
d’altronde, è tutto quello che abbiamo. non hai una carta di credito da giocarti in qualche altro universo.
vuoi le risposte a tutto, a patto di non porre tu le domande. un bel ragionamento del cazzo, considerando la tua età.
chiedere per ottenere è diverso da chiedere per sapere. ma è sempre chiedere. un po’ come dire che rincorrere serve a due cose: per arrivare per primi, ma anche per non rimanere soli.
facile metterla così: ma è il solito modo in cui la sai mettere.

l’avvocato è il mestiere che dovevi fare, in un mondo perfetto. ma è un settore che hai lasciato a tua cugina.
poi veniva il medico, un settore che hai lasciato a tuo cugino.
poi il calciatore, ma dovevi la precedenza a tua sorella.
probabilmente, invece, farai il biomedico, e ficcherai elettrodi nel culo di un bambino, per vedere se, quando scorreggia, si modifica l’onda alfa.

è proprio vero, che a volte ci sono nuvole, nel cielo delle tue giornate.
in quei giorni incontri persone che ti chiedono perché, quando tu diresti a malapena il come.
e allora esci di casa, senza esserti guardato allo specchio, convinto di essere diverso.
slip o boxer, ti chiedono due inviate di una nota trasmissione per zoccole e gigolò.
pannolino, dici annuendo convinto.
ridono sguaiate e goderecce, come se avessero carote mature infilate proprio lì.

il mondo non è perfetto.
tutto quello che chiedi è proprio quello, un po’ di imperfezione: l’unica cosa in cui sei maestro indiscusso.

postato da: DirectorGood alle ore 19:44 | link |
domenica, 10 giugno 2007

a natale li ho mandati io, a capodanno ho solo risposto

viaggiavo a ritmi forsennati: due ore di break ogni venti minuti di studio. in biblioteca si respirava odore di figa, che neanche nelle prime due settimane di un tronista di uomini e donne.

le lasciavo accumulare, lì al fondo dell’aula, pronto a pescare a caso e a condividere con le fortunate tranci di crostata all’albicocca e acque minerali da contenitori in polietilentereftalato.
sapevo di essere bello, quel giorno: camicia a pois nu rave, calzoncini da clergyman, perizoma rosa a fantasia matissiana,  capace di stagliarsi sino al solco lombo-sacrale.
il resto, era tutta opera del mio sorriso. la tirannia è la mia democrazia preferita, pensai, sfilandomi lo zaino e prendendo posto.

avevo passai gran parte della giornata ad accendere e spegnere la luce dedicata del mio posto di lavoro, avviando interessanti prove di stroboscopia che avevano provocato presso i miei limitrofi un turn-over kandiskiano inferiore anche a quello applicato dal cuper del periodo blu, nella cavalcata di coppa uefa 2003-2004.

per la sera, la partecipazione a quel ritrovo, era eticamente obbligatoria. arrivai per ultimo, con il fare tipico delle star, e respirando a pieni polmoni il biossido di carbonio di viale montenero.
lì trovai quella ragazza, che mi inchiodò sulla sedia, mi abbassò i pantaloni, e al ritmo di stop your crying your heart out, mi ricordò che la brace può essere migliore della padella.

misi a posto i dettagli burocratici del dopo gara, che mi consentirono di evitare l’applicazione del principio di reciprocità occidentale, affermando che ero già andato troppo oltre: aggiunsi una frase a caso in greco, mettendola in bocca a un latino, e accampai che, per noi neosensibilisti, amore non equivale a eiaculazione.

uscito in strada, sentii il profumo di merda della città che mi avvolgeva. alzai lo sguardo a cielo, invocai un pioggia di rane, ma arrivò una pioggia di piscio.
imprecai contro il portoricano che aveva contaminato con la sua urea ciò che restava di me come uomo. le parole esatte non posso rivelarle. sarebbero necessarie due paia di virgolette, e  una memoria che non posseggo.
l’alcool è un egoista, un bambino che entra per primo nel giardino e sceglie per sé i giocattoli più belli. i più brutti, li lascia a te, che ti svegli il giorno dopo, letargico e col cazzo molle.

guardo il cellulare, sono le 13.38. pranzo, come colazione, o colazione, come pranzo, non importa.
richiudo gli occhi, dopo aver puntato la sveglia alle 20:00. l’ora in cui potrò consumare una cena, come cena.

il piacere del rifasamento: nemico valoroso della clinofobia, o schiavo dell’anafora dei propri timori?
vedetela come volete.

ora, devo sognare.

postato da: DirectorGood alle ore 20:36 | link |
domenica, 03 giugno 2007

che musica ascolti? || guarda, un po' di tutto.

per un po’ di tempo sono stato astemio, poi ho imparato a bere, a punto da non riuscire più a ubriacarmi.
il fallimento della teoria eraclitea.

torno dal party di un amico, che mi ha regalato sole, ciliegie e un pene duro per gran parte della festa. sono allegro, quindi, perché apparentemente non soffro di alcuna disfunzione erettile.

quando torno a casa ci sono i piano magic che mi aspettano. sul letto, mi metto in posizione fetale, pronto ad downloadare tutto ciò che ho uploadato per via orale in sette ore di banchetto. sento la salamella che lega con lo spritz, il rum che corteggia il tonno, e la cioccolata, la solita puttana, che ci prova con limoncello, vino, e birra.
non se ne parla, quindi, di uscire. restano tutti al calduccio del mio confortevole stomaco, cullandosi tra i succhi gastrici e partecipando a orgie in nome del dio esofago.

una doccia è quello che qualcuno cerca quando c’è da lavare sangue, sudore, peccati, via dalla propria pelle.
entro nella vasca da bagno, e apro il getto che si suicida a intermittenza secondo la gravità: sangue, sudore, peccati, corrono, e si rifugiano lì, nel vaso di pandora in cui sarò imprigionato dopo la putrefazione della carne.

non starò qui a raccontare i miei ricordi di una festa di cui mi dimenticherò, probabilmente, domani.
odio le rimembranze tutte. sono fanatiche, faziose, presuntuose: esattamente come me.
a differenza di molta gente comune, noi semidei discesi dall’eden riusciamo a vivere solo con i nostri opposti: un ricordo è una cassetta mal registrata, di cui cambia il suono ogni volta che si  infila nello stereo. un ricordo è ciò che si vuole ricordare, niente di quello che è accaduto.
all’apologia di sè che prevede l’uso della memoria, preferisco altri tipi di autocelebrazione. un panegirico completo lo realizzo soavemente davanti allo specchio, quando penso di essere il più bello di tutti, o con una masturbazione in posti improbabili, magari supportata da adeguata compagnia.

quando chiudo il rubinetto, le ultime gocce fanno a gara per percorrere il mio corpo nel più breve tempo possibile.
come in jurassic park, la teoria del caos, è deterministica. la mia ossessione.
l’ordine è un caso particolare del disordine.
il disordine ha generato l’uomo.
l’uomo è un caso particolare di dio.
dio è un errore.


...tutto torna.

postato da: DirectorGood alle ore 22:49 | link |