a volte ci sono nuvole, nel cielo delle tue giornate, e minacciano pioggia, proprio quando ti vuoi abbronzare.
finalmente lo sai, che non c’è più un posto che puoi chiamare casa, e finalmente ti piace, che sia così.
la vita non è granché a volte, ma a volte, si fa gustare.
d’altronde, è tutto quello che abbiamo. non hai una carta di credito da giocarti in qualche altro universo.
vuoi le risposte a tutto, a patto di non porre tu le domande. un bel ragionamento del cazzo, considerando la tua età.
chiedere per ottenere è diverso da chiedere per sapere. ma è sempre chiedere. un po’ come dire che rincorrere serve a due cose: per arrivare per primi, ma anche per non rimanere soli.
facile metterla così: ma è il solito modo in cui la sai mettere.
poi veniva il medico, un settore che hai lasciato a tuo cugino.
poi il calciatore, ma dovevi la precedenza a tua sorella.
probabilmente, invece, farai il biomedico, e ficcherai elettrodi nel culo di un bambino, per vedere se, quando scorreggia, si modifica l’onda alfa.
in quei giorni incontri persone che ti chiedono perché, quando tu diresti a malapena il come.
e allora esci di casa, senza esserti guardato allo specchio, convinto di essere diverso.
slip o boxer, ti chiedono due inviate di una nota trasmissione per zoccole e gigolò.
pannolino, dici annuendo convinto.
ridono sguaiate e goderecce, come se avessero carote mature infilate proprio lì.
tutto quello che chiedi è proprio quello, un po’ di imperfezione: l’unica cosa in cui sei maestro indiscusso.
viaggiavo a ritmi forsennati: due ore di break ogni venti minuti di studio. in biblioteca si respirava odore di figa, che neanche nelle prime due settimane di un tronista di uomini e donne.
le lasciavo accumulare, lì al fondo dell’aula, pronto a pescare a caso e a condividere con le fortunate tranci di crostata all’albicocca e acque minerali da contenitori in polietilentereftalato.
sapevo di essere bello, quel giorno: camicia a pois nu rave, calzoncini da clergyman, perizoma rosa a fantasia matissiana, capace di stagliarsi sino al solco lombo-sacrale.
il resto, era tutta opera del mio sorriso. la tirannia è la mia democrazia preferita, pensai, sfilandomi lo zaino e prendendo posto.
lì trovai quella ragazza, che mi inchiodò sulla sedia, mi abbassò i pantaloni, e al ritmo di stop your crying your heart out, mi ricordò che la brace può essere migliore della padella.
imprecai contro il portoricano che aveva contaminato con la sua urea ciò che restava di me come uomo. le parole esatte non posso rivelarle. sarebbero necessarie due paia di virgolette, e una memoria che non posseggo.
l’alcool è un egoista, un bambino che entra per primo nel giardino e sceglie per sé i giocattoli più belli. i più brutti, li lascia a te, che ti svegli il giorno dopo, letargico e col cazzo molle.
guardo il cellulare, sono le 13.38. pranzo, come colazione, o colazione, come pranzo, non importa.
richiudo gli occhi, dopo aver puntato la sveglia alle 20:00. l’ora in cui potrò consumare una cena, come cena.
il piacere del rifasamento: nemico valoroso della clinofobia, o schiavo dell’anafora dei propri timori?
vedetela come volete.
ora, devo sognare.
per un po’ di tempo sono stato astemio, poi ho imparato a bere, a punto da non riuscire più a ubriacarmi.
il fallimento della teoria eraclitea.
quando torno a casa ci sono i piano magic che mi aspettano. sul letto, mi metto in posizione fetale, pronto ad downloadare tutto ciò che ho uploadato per via orale in sette ore di banchetto. sento la salamella che lega con lo spritz, il rum che corteggia il tonno, e la cioccolata, la solita puttana, che ci prova con limoncello, vino, e birra.
non se ne parla, quindi, di uscire. restano tutti al calduccio del mio confortevole stomaco, cullandosi tra i succhi gastrici e partecipando a orgie in nome del dio esofago.
entro nella vasca da bagno, e apro il getto che si suicida a intermittenza secondo la gravità: sangue, sudore, peccati, corrono, e si rifugiano lì, nel vaso di pandora in cui sarò imprigionato dopo la putrefazione della carne.
odio le rimembranze tutte. sono fanatiche, faziose, presuntuose: esattamente come me.
a differenza di molta gente comune, noi semidei discesi dall’eden riusciamo a vivere solo con i nostri opposti: un ricordo è una cassetta mal registrata, di cui cambia il suono ogni volta che si infila nello stereo. un ricordo è ciò che si vuole ricordare, niente di quello che è accaduto.
all’apologia di sè che prevede l’uso della memoria, preferisco altri tipi di autocelebrazione. un panegirico completo lo realizzo soavemente davanti allo specchio, quando penso di essere il più bello di tutti, o con una masturbazione in posti improbabili, magari supportata da adeguata compagnia.
quando chiudo il rubinetto, le ultime gocce fanno a gara per percorrere il mio corpo nel più breve tempo possibile.
come in jurassic park, la teoria del caos, è deterministica. la mia ossessione.
l’ordine è un caso particolare del disordine.
il disordine ha generato l’uomo.
l’uomo è un caso particolare di dio.
dio è un errore.
...tutto torna.