il ventilatore appena montato giace sul pavimento, causa mancanza asse portante, e incrementa la difficoltà di una misura dell’omeostasi della mia stanza in maniera non invasiva: me la cavo con un generatore di van der graff in parallelo a una radiosveglia, con una spruzzata di salsa rosa.
torno a casa e mi preparo per la grande notte del venerdì sera, che, se non sbaglio, è anche un reality di milly carlucci (ma anche un film di quell’attore lì che guida gli aeroplani).
conservo per me solo la pagina dedicata al sesso, che mi rivelerà i venti segreti dei grandi amatori della storia.
i pochi aficionados abbandonano la scena, poi, quando invoco il bis di una canzone non fatta, aggiungendo affascinante che una tale battuta mi ha fatto vincere i mondiali dell’ossimoro disputati alla terra del fuoco.
entro nell’inferno, e già gli ultra eczema dettano legge dai 12 altoparlanti a disposizione romboedrica.
due drink, solo perché è necessario tenere le mani impegnate: non so mai dove metterle, e se c’è tanta gente, tremano.
un luogo, come altri, fatto per temporeggiare: fare finta di fare altro, guardarsi, scorreggiare e andare via, confondendo le tracce.
l’oracolo è chi mette i dischi: padrone del tempo e delle emozioni, conosce passato, presente, futuro della notte.
la console è il suo tempio, il luogo da cui partono i miracoli.
la pista, lì dove si venera dio.
sotto terra, mi agito con altri lombrichi, provando ad arrampicarmi nel vuoto relativo, al centro del giardino di octopus.
poi la vedo, da lontano, insieme alle altre gazzelle, ed è subito sindrome di stendhal.
mi stendo al suolo, respiro a fondo, mi rialzo, e non c’è più.
il quattro quarti mi rimbomba nell’area di wernicke quando ormai le stelle pensano di tornare a mimetizzarsi nell’azzurro del giorno dopo.
infischiandomene del protocollo di kyoto, accendo contemporaneamente sei interruttori diversi, faccio partire la lavatrice vuota a programma otto, settanta gradi centigradi, e accendo forno a microonde, stufa e ventilatore da soffitto.
non è più impossibile, finalmente, attaccare bottone con la vicina, mentre innaffia le sue margherite.
il colore del suo reggiseno mi convince in una frazione di secondo.
d’altronde volere, in un mondo perfetto, significa poter prendere tutte le decisioni possibili in un tempo nullo: un concetto esattamente equivalente, a posteriori della trasposizione in un mondo imperfetto e immanente, a non fare nulla, o meglio, per ammazzare il tempo, a masturbarsi.
questa è tra l’altro la ragione per cui, nella mia vita di predicazione, spesso declamo a voce alta l’importanza di non fare un cazzo, dalla mattina alla sera.
infine aggiungo un “c’è del marcio in danimarca”, la battuta che mi ha fatto andare a letto con le migliori battonazze over 50 di milano.
ma me ne accorgo quando è troppo tardi, che non sto dormendo, ed è già l’alba.
mi addormento alle sette in punto, sognando una nuova giornata d’entusiasmo, un amico che mi fa compagnia mentre vado a puttane, un sigaro per non fumatori nella mia bocca, che mi dia quell’aria da pensatore maledetto e un po’ matto, che diciamoci la verità, un po’ penso di avere.
la realtà è un paio di jeans consumati, sempre.
neanche il tempo di arrivare a casa, mettersi in perizoma e canotta acrilica, visitare le ultime novità hard di youtube, azzeccare tutti gli over del palinsesto snai, e dipingere la replica di una domenica pomeriggio sull’isola della grande jatte, che è subito sera.