sistermorphine: THIS IS NOT AN EXIT

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venerdì, 25 maggio 2007

vogliamo essere corteggiate come se fosse sempre il primo giorno

il ventilatore appena montato giace sul pavimento, causa mancanza asse portante, e incrementa la difficoltà di una misura dell’omeostasi della mia stanza in maniera non invasiva: me la cavo con un generatore di van der graff in parallelo a una radiosveglia, con una spruzzata di salsa rosa.

il milan vince le champions league, il papa masturba i bambini, gli orsi polari non erano sull’isola di lost per caso: in questo mondo così ovvio, ancor più scontato è  ribadire che una mattinata che parte con l’atmosfera di wincing the night away degli shins non può tramutarsi in una notte dal sapore di can’t go back dei papercuts.

nel pomeriggio, disquisisco con mio padre sulla cosmogonia di esiodo, mangio cocco lì al sudest, dove il sole non è parsimonioso, e applico un giuramento di ippocrate per salvare una vecchietta distesa sul selciato con la spesa rovesciata sopra.

torno a casa e mi preparo per la grande notte del venerdì sera, che, se non sbaglio, è anche un reality di milly carlucci (ma anche un film di quell’attore lì che guida gli aeroplani).

sulla tazza del cesso, apprendo da note riviste per uomini che questo mese mi si propongono ben tredici piatti di pasta a contenuto calorico limitato, trentadue moto scelte per me, un piano completo in quattro settimane per la pancia piatta, e come battere le allergie per sempre (pollini, aceari, alimenti, smog). inoltre, un utile sondaggio per fixare il proprio futuro: come diventare un vincente.

come un brillante studente del peripato, apprendo tutto per osmosi gnoseologica, e finito di cagare mi pulisco con la fonte della mia conoscenza.
conservo per me solo la pagina dedicata al sesso, che mi rivelerà i venti segreti dei grandi amatori della storia.

in fascia pre-serale, per battere la concorrenza di amadeus e jerry scotti, organizzo un aperitivo per le prove degli impossibile dogs, ma ci vengono in pochi, tutti impegnati a darsi la scossa o a fare il cinquanta e cinquanta.

i pochi aficionados abbandonano la scena, poi, quando invoco il bis di una canzone non fatta, aggiungendo affascinante che una tale battuta mi ha fatto vincere i mondiali dell’ossimoro disputati alla terra del fuoco.

la sera, invece, è buona. dopo una veloce esercitazione sulla pronuncia dei dittonghi portoghesi, ripasso i miei cavalli di battaglia per conquistare le donne (“non ti ho ancora raccontato di quella volta che mi hanno rotto il naso”), ed esco, chiedendomi per l’ennesima volta se latino e greco sono lingue morte e se l'innatismo cartesiano è affermazione o negazione della teoria del caos.

postato da: DirectorGood alle ore 20:25 | link |
sabato, 12 maggio 2007

¿que hiciste cuando se parò la musica?

entro nell’inferno, e già gli ultra eczema dettano legge dai 12 altoparlanti a disposizione romboedrica.
due drink, solo perché è necessario tenere le mani impegnate: non so mai dove metterle, e se c’è tanta gente, tremano.
un luogo, come altri, fatto per temporeggiare: fare finta di fare altro, guardarsi, scorreggiare e andare via, confondendo le tracce.

l’oracolo è chi mette i dischi: padrone del tempo e delle emozioni, conosce passato, presente, futuro della notte.
la console è il suo tempio, il luogo da cui partono i miracoli.
la pista, lì dove si venera dio.

sotto terra, mi agito con altri lombrichi, provando ad arrampicarmi nel vuoto relativo, al centro del giardino di octopus.
poi la vedo, da lontano, insieme alle altre gazzelle, ed è subito sindrome di stendhal.
mi stendo al suolo, respiro a fondo, mi rialzo, e non c’è più.

un’altra dose per confermare che posso resistere a tutto, ma non trovo più la strada.
il quattro quarti mi rimbomba nell’area di wernicke quando ormai le stelle pensano di tornare a mimetizzarsi nell’azzurro del giorno dopo.

si torna all’ovile, dopo aver dato a cesare quel che cesare pretendeva, a nerone quel che nerone pretendeva, e a fabio un cazzo di niente.
infischiandomene del protocollo di kyoto, accendo contemporaneamente sei interruttori diversi, faccio partire la lavatrice vuota a programma otto, settanta gradi centigradi, e accendo forno a microonde, stufa e ventilatore da soffitto.

per farla completa, ossia fatto trenta facciamo trentuno, non c’è due senza tre, non c’è amore senza sofferenza, e chi trova un amico trova un tesoro, piscio nel frigorifero sul prosciutto del mio coinquilino, lasciando un aroma tra lo strutto e lo sgegma, che è difficile da immaginare, se non venite a sentirlo personalmente.

postato da: DirectorGood alle ore 18:22 | link |
mercoledì, 09 maggio 2007

nulla è impossibile a dio (infatti panucci ha fatto doppietta)

non è più impossibile, finalmente, attaccare bottone con la vicina, mentre innaffia le sue margherite.
il colore del suo reggiseno mi convince in una frazione di secondo.

rimane il dubbio se parlare subito, in una riscrittura postmoderna di un romeo e giulietta a isolivello, o continuare lo studio del dilemma del prigioniero, proponendo un’ulteriore versione fondata sull’assenza dell’arbitrio dell’uomo.

d’altronde volere, in un mondo perfetto, significa poter prendere tutte le decisioni possibili in un tempo nullo: un concetto esattamente equivalente, a posteriori della trasposizione in un mondo imperfetto e immanente, a non fare nulla, o meglio, per ammazzare il tempo, a masturbarsi.
questa è tra l’altro la ragione per cui, nella mia vita di predicazione, spesso declamo a voce alta l’importanza di non fare un cazzo, dalla mattina alla sera.

guardatala ancora, mentre innaffia alcune rare orchidee cirsenses, concludo che vale la pena buttarsi: risolvo il conflitto delle numerose personalità che abitano il mio corpo declamando a voce alta il paradosso di condorcet, e facendo quindi notare alle mie diverse anime che anche la democrazia, sotto sotto, è una stronzata.
infine aggiungo un “c’è del marcio in danimarca”, la battuta che mi ha fatto andare a letto con le migliori battonazze over 50 di milano.

ma il suo bluff sembra proprio continuare. è ormai ai sepali autunnali, quando le  propongo, ormai gasato, anziché uno scontato e noioso aperitivo da dandy, una lettura di becquèr all’aria aperta, seguita da una cerimonia scintoista per esplorare reciprocamente i nostri corpi, prima di accedere all’anima e raggiungere l’orgasmo in maniera del tutto disinteressata.

colpita da tanto fascino e carisma, chiude la finestra alle sue spalle, evidentemente intimidita, e sparisce in casa, lasciandomi lì, da solo, a preparare biscotti con delle formine che mi riportano in mente platone, il primo dei froci che hanno rivoluzionato il mondo.

per non perdere la giornata, decido poi di decrementare ulteriormente la lista delle cose ancora non fatte su questo mondo, bevendo sgrassatore universale chante clair (ottimo su ogni tipo di sporco) e stampando una cartina topografica di sassari.

ormai soddisfatto, non mi resta che stare sul letto a respirare nostalgia, facendo vibrare i the jersey line nella ionosfera e sorseggiando cuba libre di infimo livello.

ma me ne accorgo quando è troppo tardi, che non sto dormendo, ed è già l’alba.
mi addormento alle sette in punto, sognando una nuova giornata d’entusiasmo, un amico che mi fa compagnia mentre vado a puttane, un sigaro per non fumatori nella mia bocca, che mi dia quell’aria da pensatore maledetto e un po’ matto, che diciamoci la verità, un po’ penso di avere.

sogno di svegliarmi in un mondo in cui non ho niente in gioco, in cui giocare col tempo è possibile, in cui le ragazze indossano finalmente le mutande.
alla panchina del parco trascorro tutta la giornata, contando i miei respiri, pisciando sugli alberi, cantando i buffalo boys.

poi, da lontano, intravedo un aereo che mi riporterà indietro.

la vita è un tabellone delle partenze e degli arrivi, a volte.
la realtà è un paio di jeans consumati, sempre.

postato da: DirectorGood alle ore 21:28 | link |
mercoledì, 02 maggio 2007

eyes wide open

neanche il tempo di arrivare a casa, mettersi in perizoma e canotta acrilica, visitare le ultime novità hard di youtube, azzeccare tutti gli over del palinsesto snai, e dipingere la replica di una domenica pomeriggio sull’isola della grande jatte, che è subito sera.

mi rallegro di aver colto tutta l’opera di quasimodo in un batter d’occhio e mi chiedo a cosa sia servito allo stato pagare lo stipendio della mia professoressa d’italiano, nonché per quale motivo quasimodo abbia vinto il premio nobel.

ceno rispettando una dieta ferrea a base di trigliceridi multipli, ormai ampiamente inoltrata in vista della prova costume: 300 grammi di carbonara e hamburger con panna e speck mi fanno compagnia mentre tramite zapping riesco a seguire simultaneamente un dibattito sulle presidenziali francesi, la finale del campionato di hockey finlandese tra i tappara di tampere e i jokerit di helsinki, uno speciale di mtv sui jalisse e l’ultima riforma del vaticano, che approva l’indulto per i primi 3 cerchi dell’inferno.

rifletto sulle conseguenze di tale nuova legge ancestrale, pensando a cleopatra, ciacco dell’anguillara e il marchese de sade che passeggiano di gusto accanto a madre di teresa di calcutta e freddy mercury, tra le vibranti proteste di martin lutero ed erasmo da rotterdam.

mi alzo da tavola decidendo per una volta di far sparecchiare al frigorifero e di far lavare i piatti allo scolapasta, e torno nella mia stanza, dove mi aspetta una catherine zeta jones vestita da beatrix kiddo, ammanettata al letto e con in bocca una banana. sorprendendo tutta la platea, esco senza degnarla di un saluto e spegnendo la luce, rinvigorendo il mito dell’uomo bastardo che piace alle donne.

mi dirigo verso l’hinterland portando con me i miei peluche preferiti, tra cui grande puffo e lucignolo, dandomi così un’aria romantica e vittimista allo stesso tempo. faccio colpo non a caso su un paio di peruviane chiaramente discendenti dalla tribù di tupac amaru II, ma preferendo le ribelli comandate da manco inca yupanqui III, le supero disinvolto interrogandomi di conseguenza sulla necessità di applicare procedure ricorsive alle pratiche di autoerotismo. alla fine accetto però la teoria che è sempre meglio farsi aiutare, aprendo a un pessimismo agonistico che vede uomini e donne uniti in un revival quotidiano del das parfume di suskind, scena finale.

al suono di you can do magic degli america torno a casa, pieno di buoni propositi, tra cui guarire dal qualunquismo, imparare il tiro della tigre di mark lenders, e girare un cortometraggio in cui lui e lei, dopo aver superato impossibili prove d’amore ed essersi promessi per sempre l’uno all’altra, diventano uno prete e l’altra lesbica.

ah, la vita quotidiana. che imprevedibile routine.

postato da: DirectorGood alle ore 18:59 | link |