mi affaccio sul balcone nella sera della metropoli, ed esamino i miei addominali con una scansione in tapping mode, riflettendo su quali jeans si abbinano meglio sotto la maglietta dei russian circles. opto per il paio che mio nonno indossava a pearl harbor, e infilo gli infradito, le cui decorazioni farebbero impallidire i migliori talenti della bauhaus.
per loro ho del barbera, costato 0.70 centesimi a bottiglia. ha un aspetto pastoso, e assaggiandolo concludo che probabilmente si tratta di collagene fissato in glutaraldeide.
mi guardo allo specchio, e oltre la perfetta intersezione tra la sostanza di antonio banderas e la malinconia di jude law, decido di scovare i perché di un volto stanco.
emerge con franchezza una bellezza tormentata, che lascia assaporare le prime rughe accanto al luccichio degli occhi.
decido che del botox a livello degli zigomi e una puntura di acido ialuronico nelle labbra possono bastare a congelare l’architettura della mia giovinezza.
mi risponde in braille per muti, affermando che dovrei tagliarmi i capelli e lavarmi i denti più spesso.
accanto a loro un gessato grigio veste un manager stempiato, che pigia sul suo palmare il codice dell’ambizione. quando solleva lo sguardo, lo intercetto, e provo se il corso per corrispondenza di telepatia ha dato i suoi frutti: gli trasmetto la migliore coppia d’attacco di tutti i tempi ma tutto quello che ho in cambio è uno sguardo apertamente interrogativo che scuote la testa.
mi pone il suo bicchiere di plastica dopo l’esibizione, che riempio con dieci euro, compiendo un forte moral hazzard e scardinando definitivamente il sistema economico italiano.
poco dopo, non a caso, ricevo una telefonata intimidatoria dai servizi segreti della bundesbank e un sms dalla consob, che tranquillizzo con uno scioglilingua in esperanto a sfondo dakriologico (ne plu ploru, plorulino, pro propra plezuro: non piangete più, piagnucolone, per il vostro esclusivo piacere).
è pomeriggio, dopo la mattina, prima della sera: lo spartiacque della giornata, come la pace di acquisgrana per il diciottesimo secolo.
ho pranzato dalla madre di mia madre, che purtroppo, non avendo compilato il testamento biologico durante la menopausa, poiché impegnata a sfornare gemelli, non può chiedere di porre fine alla sua vita da vegetale fatta di pasta al formaggino e borse d’acqua calda.
lenticchie, frittelle, mozzarella di bufala, agnello in pasta reale e maionese: digerito il tutto, esco in terrazza, mentre willie mason mi canta della sua ennesima conquista in quel della louisiana.
guardo i gabbiani che volteggiano sull’acqua grigia del porto, e penso al mio professore d’inglese, che mi insegnava storia, al mio prof di storia, che mi insegnava latino, al mio prof di matematica, che mi faceva proprio matematica, andando a rappresentare così il primo caso di regola che conferma l’eccezione.
penso alle mie donne sparse in tutto il mondo, e ai figli che mi hanno dato, alcuni dei quali ormai avranno la mia età, e me li immagino, pensanti sulle terrazze delle loro nonne, ai figli avuti in tutto il mondo, in un gioco infinito di scatole cinesi che secondo i più grandi filosofi della storia era alla portata del solo dio creatore dell’universo esistente (così si è dimostrata l’impossibilità dell’esistenza di dio in sole 3 righe).
la processione per il funerale di un illustre figlio di dio sfila sotto i miei occhi, nelle stradine del centro storico. mi domando se è il caso di chiedere un prestito ai miei dotti salivari e di annacquare ciò che mi sta di sotto, ma un bimbo con una felpa di winnie pooh, che canta a squarciagola i salmi 41-72 con annessa dossologia, mi fa tornare giovane e leale.
mi distraggo con malinconia dalle giaculatorie, e invoco le proprietà piezoelettriche del mio corpo, cercando di spostare per induzione due nuvole in modo da disegnare un cuore nel cielo, ma una scoreggia di mia sorella, arrivata proprio in quel mentre ad avvertirmi che il caffè è pronto, mi riporta al piano terra, dove trovo mio padre che accusa mia madre di una molarità polisaccaridica eccessiva presente nella soluzione in questione.
come un deus ex-machina di una slapstick comedy, appena arrivato, risolvo la situazione con una facezia peperina che mette tutti d’accordo, compresa mia nonna, che continua a dormire in maniera atarassica, alla faccia dell’afghanistan e dei miei problemi inguinali.
forte dell’inizio della primavera, mi alzo con solare vigore: scelgo la schiuma da barba alla mela verde, trattando come uno straccio quella all’azzurro del mediterraneo, che non uso più dai tempi in cui raccoglievo cotone in bolivia, insieme allo zio tom.
li sento parlare di vacanze estive, della sagra della carne di pecora in provincia, di quanto fa caldo.
mi guarda sconvolto e sviene.
ripenso al mio passato da evoluzionista, e alla proposta di marx di scrivere dal vivo la storia a colpi di rivoluzioni. ne parlo a un mio collega avventore lì presente, che mi propone di usare la rivoluzione con mia sorella (non ho capito come).
decido, deluso, di tornare a casa, a dar da mangiare agli scarafaggi.