sistermorphine: THIS IS NOT AN EXIT

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sabato, 21 aprile 2007

eyes wide shut

mi affaccio sul balcone nella sera della metropoli, ed esamino i miei addominali con una scansione in tapping mode, riflettendo su quali jeans si abbinano meglio sotto la maglietta dei russian circles. opto per il paio che mio nonno indossava a pearl harbor, e infilo gli infradito, le cui decorazioni farebbero impallidire i migliori talenti della bauhaus.

costruisco una playlist che abbia il sapore dell’aprile di milano, mi preparo un white russian e aspetto gli amici per fare due chiacchere.

per loro ho del barbera, costato 0.70 centesimi a bottiglia. ha un aspetto pastoso, e assaggiandolo concludo che probabilmente si tratta di collagene fissato in glutaraldeide.

visto che il limbo non c’è più mi chiedo se al momento sono più da inferno o da paradiso, e spaventato da un’eternità col deretano abbronzato, mi ripropongo di convertirmi al cattolicesimo in punto di morte, giocando il jolly total catharsis.

lei mi manda un sms, dicendomi che ha sistemato gli accordi di quel pezzo e che non vede l’ora di farmelo sentire. è molto beatles, un po’ oasis, metà radiohead, e con un pizzico di sex pistols, mi scrive. penso che mancano solo gli hornets e i timberwolves, poi si potrebbe iniziare una regular season.

studio cirillico per venti minuti, poi mi cimento con un po’ di matematica discreta, e infine decifro qualche grafema incompiuto della stele di rosetta. quando sono pronto per chiamare indiana jones e dirgli cosa ho scoperto, suona il citofono, e torno alla vita di un uomo qualunque.

una giornata non bella, come accade spesso ultimamente. se avessi un euro per ogni giornata non bella trascorsa, probabilmente sarei ricco, e camperei senza fare niente tutto il giorno, scrivendo post situazionisti su un sito web a sfondo brat pack, e facendo battere all’impazzata i cuori di giovani teenagers di animo indie-rock.

postato da: DirectorGood alle ore 22:09 | link |
domenica, 15 aprile 2007

in the mood for me

mi guardo allo specchio, e oltre la perfetta intersezione tra la sostanza di antonio banderas e la malinconia di jude law, decido di scovare i perché di un volto stanco.
emerge con franchezza una bellezza tormentata, che lascia assaporare le prime rughe accanto al luccichio degli occhi.
decido che del botox a livello degli zigomi e una puntura di acido ialuronico nelle labbra possono bastare a congelare l’architettura della mia giovinezza.

metto ordine nell’ambiente, seguendo le norme previste da un'etica di stampo induista, e decido di cominciare una discussione finalmente costruttiva con la foto di zlatan ibrahimovic, che sembra voler sapere da tempo i motivi della mia riservatezza: gli parlo della mia concezione della musica, del matrimonio, e del 451 a 3 incursori, grazie al quale la lazio di eriksson vinse tutto.
mi risponde in braille per muti, affermando che dovrei tagliarmi i capelli e lavarmi i denti più spesso.

lo saluto scocciato, mi preparo un frullato di banana con polvere di uranio impoverito, infilo le pantofole di dumbo, timbro il biglietto.

in metropolitana scopro una coppia di adolescenti che ricamano amore sui propri sogni. lei gli confida i suoi segreti, lui gioca al gameboy.
accanto a loro un gessato grigio veste un manager stempiato, che pigia sul suo palmare il codice dell’ambizione. quando solleva lo sguardo, lo intercetto, e provo se il corso per corrispondenza di telepatia ha dato i suoi frutti: gli trasmetto la migliore coppia d’attacco di tutti i tempi ma tutto quello che ho in cambio è uno sguardo apertamente interrogativo che scuote la testa.

impiego il resto del tragitto ascoltando un giovane croato che suona il violino, il quale mi dimostra che dieci anni di conservatorio servono solo a risparmiare un po’ di carta igienica.
mi pone il suo bicchiere di plastica dopo l’esibizione, che riempio con dieci euro, compiendo un forte moral hazzard e scardinando definitivamente il sistema economico italiano.

poco dopo, non a caso, ricevo una telefonata intimidatoria dai servizi segreti della bundesbank e un sms dalla consob, che tranquillizzo con uno scioglilingua in esperanto a sfondo dakriologico (ne plu ploru, plorulino, pro propra plezuro: non piangete più, piagnucolone, per il vostro esclusivo piacere).

per la sera affitto un documentario sul bondage al blockbuster d’angolo e ordino a domicilio una pizza von bismarck, col tuorlo d’uovo al centro. separo l’uovo dal resto della pizza versandolo nella spazzatura e gustandomi la risultante margherita, e mi rallegro di una simile applicazione reverse-enginereed del principio di sovrapposizione degli effetti, la cui dimostrazione sperimentale mi è costata 8 euro (differenza tra i costi di margherita e von bismarck).

una bella serata. il sole splende, la luna è rossa, il mascalzone è latino.

postato da: DirectorGood alle ore 19:52 | link |
domenica, 08 aprile 2007

dammi un po' di nastro di moebius, che devo allacciarmi le scarpe

è pomeriggio, dopo la mattina, prima della sera: lo spartiacque della giornata, come la pace di acquisgrana per il diciottesimo secolo.

 

ho pranzato dalla madre di mia madre, che purtroppo, non avendo compilato il testamento biologico durante la menopausa, poiché impegnata a sfornare gemelli, non può chiedere di porre fine alla sua vita da vegetale fatta di pasta al formaggino e borse d’acqua calda.

 

lenticchie, frittelle, mozzarella di bufala, agnello in pasta reale e maionese: digerito il tutto, esco in terrazza, mentre willie mason mi canta della sua ennesima conquista in quel della louisiana.

 

guardo i gabbiani che volteggiano sull’acqua grigia del porto, e penso al mio professore d’inglese, che mi insegnava storia, al mio prof di storia, che mi insegnava latino, al mio prof di matematica, che mi faceva proprio matematica,  andando a rappresentare così il primo caso di regola che conferma l’eccezione.

 

penso alle mie donne sparse in tutto il mondo, e ai figli che mi hanno dato, alcuni dei quali ormai avranno la mia età, e me li immagino, pensanti sulle terrazze delle loro nonne, ai figli avuti in tutto il mondo, in un gioco infinito di scatole cinesi che secondo i più grandi filosofi della storia era alla portata del solo dio creatore dell’universo esistente (così si è dimostrata l’impossibilità dell’esistenza di dio in sole 3 righe).

 

la processione per il funerale di un illustre figlio di dio sfila sotto i miei occhi, nelle stradine del centro storico. mi domando se è il caso di chiedere un prestito ai miei dotti salivari e di annacquare ciò che mi sta di sotto, ma un bimbo con una felpa di winnie pooh, che canta a squarciagola i salmi 41-72 con annessa dossologia, mi fa tornare giovane e leale.

 

mi distraggo con malinconia dalle giaculatorie, e invoco le proprietà piezoelettriche del mio corpo, cercando di spostare per induzione due nuvole in modo da disegnare un cuore nel cielo, ma una scoreggia di mia sorella, arrivata proprio in quel mentre ad avvertirmi che il caffè è pronto, mi riporta al piano terra, dove trovo mio padre che accusa mia madre di una molarità polisaccaridica eccessiva presente nella soluzione in questione.

 

come un deus ex-machina di una slapstick comedy, appena arrivato, risolvo la situazione con una facezia peperina che mette tutti d’accordo, compresa mia nonna, che continua a dormire in maniera atarassica, alla faccia dell’afghanistan e dei miei problemi inguinali.

postato da: DirectorGood alle ore 14:58 | link |
mercoledì, 04 aprile 2007

aoxomoxoa

forte dell’inizio della primavera, mi alzo con solare vigore: scelgo la schiuma da barba alla mela verde, trattando come uno straccio quella all’azzurro del mediterraneo, che non uso più dai tempi in cui raccoglievo cotone in bolivia, insieme allo zio tom.

faccio una breakfast completa con orata al cartoccio e chardonnay del 1980, accompagnando il tutto con stracchino rotondo, cuori di lattuga e pan di stelle.

mi tolgo il pigiama, indosso con disincanto indumenti casual-indie, e ripasso in cinque minuti la composizione dei gironi eliminatori delle fasi finali di messico 1970, quando la germania era ancora germania, la russia era ancora russia, la cecoslovacchia era ancora cecoslovacchia, la jugoslavia era ancora jugoslavia, e io ero un bell’uomo.

vado al solito bar, in quel di abbruzzi boulevard, e come un pappagallo di gauguin mi piazzo al banco omaggiando il barista, ripetendo parole a caso e sorseggiando i primi drink.

li vedo entrare, dal mio posto al bancone: lui, 30enne con pancetta, moro, longilineo, esperto di borsa e di automobili; lei, bionda 25enne, alla ricerca del pene perfetto e di un futuro radioso fatto di bollette, film la domenica sera, bambini che piangono da chiudere nella lavatrice.

fanno un gioco di sguardi tra di loro: mi intrometto, proponendo con ammiccamenti molleggianti una cosa a tre, ma lui mi fa capire di non essere della mia idea, mettendo in campo tutta la sua cultura in materia di vini e spiegando tutti gli errori commessi da dan brown nel codice da vinci.
li sento parlare di vacanze estive, della sagra della carne di pecora in provincia, di quanto fa caldo.

all’altro angolo un uomo sfida la matematica combinatoria, provando da solo a completare un solitario che ha pensato in dieci minuti. lo saluto con un cenno del capo, ricordandogli ad alta voce che il panglossismo è l’anticamera della depressione, per i soggetti ipercortisolitici. mi annuisce di rimando e a occhi chiusi, dimostrando di essere uno che la sa lunga.

mi giro al barista reo di aver messo un disco dei grateful dead alle 11.30 del mattino. lo saluto, indico il mio orecchio, e poi, descrivendo un ovale immaginario nell’aria col dito, come a indicare l’etero-ambiente circostante, arriccio naso e bocca con fare snob, palesando le mie chiare voglie di musica funky-soul, di hannoveriana memoria e di stampo decisamente sixties.
mi guarda sconvolto e sviene.

termino il mio succo di frutta al kiwi, e, ripromettendomi di risolvere nel weekend almeno il problema della fame nel mondo, sposto alla settimana seguente lo studio tissutale dell’interno coscia femminile in fase puberale, aggiornando l’agenda scolpita nel nucleo medio-laterale del mio talamo.

ripenso al mio passato da evoluzionista, e alla proposta di marx di scrivere dal vivo la storia a colpi di rivoluzioni. ne parlo a un mio collega avventore lì presente, che mi propone di usare la rivoluzione con mia sorella (non ho capito come).

decido, deluso, di tornare a casa, a dar da mangiare agli scarafaggi.

postato da: DirectorGood alle ore 01:36 | link |