Din don din.
Mentre chiudeva alle sue spalle la porta di casa, Luca sentiva nella sua mente l’eco del motivetto dell’ascensore sul pianerottolo.
La cucina sembrava un campo di battaglia. Luca ci passò davanti sforzandosi di non guardare. Buttò il cappotto sul letto e sprofondò nella poltrona della sua camera. Gettò uno sguardo a lato: si vide nello specchio. Era pallidissimo. Aveva letto da qualche parte che per avere successo nella vita bastava svegliarsi alle sei ogni mattina ed essere sempre abbronzato. Lui ogni mattina si alzava alle cinque e trenta, ed era pallidissimo.
Prese il whisky ai piedi del letto e bevve un sorso dalla bottiglia.
Decise di controllare la madre. Entrò nella camera dei genitori.
Era lì, la mamma. Sempre troppo piccola per quel letto matrimoniale troppo grande, da quando papà si era ammazzato.
Come al solito tossiva tra le lenzuola, e non si era ancora accorta che lui la guardava dalla porta. Ai piedi del letto, una decina di cicche di sigarette, e il posacenere traboccante.
Luca entrò in bagno, e accese la luce. Di nuovo l’esame dello specchio, così pronto a porgergli il conto del tempo che passa.
20.16. Ora di cena.
Da Khamir avrebbe preso il solito kebab. Alla mamma ci avrebbe pensato dopo.
Tornò in camera per il cappotto, poi scese in strada.
Cominciò a piovere.
La mia famiglia è una famiglia come tutte le altre, ma ha una particolarità che la rende unica.
Le mammelle di mio zio Renato.
Le mammelle di mio zio Renato sono uniche, in tutta la loro bellezza: non sono troppo grandi, in verità, ma tanto soffici, armoniche e simmetriche, e, quando si allena, ballano da tutte le parti.
Mio zio Renato è campione regionale di atletica leggera. La sua specialità è il salto in alto, e durante gli allenamenti o in gara, è costretto a usare un reggiseno. Non lo usa certo nella vita perché è un oggetto troppo da donna, secondo lui.
Le mammelle di mio marito Bobby non sono certo come quelle di mio zio Renato. Sono anzi veramente imbarazzanti. Innanzitutto sono tre, e poi sono veramente orribili. Sono di dimensione diversa, e inoltre, quella di sinistra, rispetto all’osservatore, è molto vicina all’ombelico, mentre quella di destra è quasi attaccata al collo; quella centrale è messa proprio in corrispondenza dello sterno; danno una certa impressione di asimmetria al torace di mio marito, ma anche a tutta la sua figura fisica; a differenza di tutti noi, lui è contento dei suoi tre seni, e continua a ripetere frasi come: ‘il tris batte persino la doppia coppia’ e ‘ dobbiamo accelerare il processo di distruzione della simmetria’.
Quando a 8 anni mi spuntò una piccola mammella sotto l’ascella destra nessuno in famiglia sembrò stupirsi: anche mio cugino Giulio ne aveva a grappoli sotto tutte le braccia, fino alle ascelle.
Col passare del tempo quel seno crebbe molto, dandomi vari problemi: dovevo tenere il mio braccio sinistro sempre più orizzontale, perché tenendolo disteso lungo tutto il corpo comprimevo troppo il seno, provando un dolore indescrivibile e ignoto a tutti i miei parenti. Ma quello che mi fece veramente soffrire fu il fatto che non mi spuntarono mai altre mammelle, e oggi invidio un po’ tutti i miei parenti. Sono l’unico membro della famiglia con una sola mammella, sotto l’ascella sinistra. Continuo a camminare col braccio sinistro teso verso l’esterno, e spesso gli altri ignorano che ho una mammella.
Io sono molto triste per questo motivo e sto pensando a un suicidio.
Arriva un certo momento della tua vita in cui hai paura di inseguire i bambini e rotolarti con loro nell’erba per non sporcarti i pantaloni e il giubbotto.
Arriva un momento in cui cominci a guardarti intorno prima di avvicinarti al vassoio delle tartine durante una festa.
Ci sarà sicuramente un momento in cui ti vergognerai di dire la tua opinione sulla gonna della ragazza che hai appena conosciuto.
Ci penserai prima di chiedere un favore a un uomo di colore, perché penserai che di diverso da te non può avere solo il colore della pelle.
E sicuramente prima o poi non vedrai l’ora di abbandonare un ritrovo tra amici, o detestarai il pensiero di tornare a casa per il Natale.
Penserai a quanto sarà difficile salire quelle scale senza stancarsi, e quanto sarà difficile addormentarsi prima dell’una di notte. Ci penserai, prima di raccontare ancora quella barzelletta, e non la racconterai al tuo parroco.
Non vorrai più uscire nel week-end. E nella tua squadra la coppia d’attacco titolare sarà formata da due ragazzi che non supereranno insieme i tuoi anni di vita.
Non metterai più la testa sotto il cuscino al suono della sveglia. Non sarai più metereopatico. Sarai solo apatico. Forse psicopatico.
Non ti piacerà più andare al cinema perché il bigliettaio che ti faceva entrare gratis è morto, e perché non avrai più voglia di ‘bocche in prestito per urlare quello che hai dentro’.
Non guarderai più il telegiornale, e non farai più foto. Non regalerai più fiori di loto a tua moglie.
Sarai invidioso dei figli e di tutta la loro vita, ancora così piena di illusioni.
Non ti stupirai più dei tramonti.
Non inseguirai più gli uccelli sul lungomare. Se lo farai sarai preso in giro, e non lo farai, quindi. Non penserai più a farti il bagno in una notte di aprile.
Non ci metterai più tre ore a scegliere i due gusti per il gelato. Ti diranno che cioccolato e limone non è un accoppiamento corretto, e lo convertirai in fragola e pistacchio.
Non ti piacerà più fare a gara con il tuo migliore amico sulle capitali del mondo. Non ti preoccuperai di fare raccolta differenziata. Non cercherai più di imparare altre lingue.
Non sarai più capace di abbracciare un altro essere umano, né di sorridere con il cuore.
Non crederai più nella Champions League, né nella risurrezione dei morti, né nella vita del mondo che verrà, amen.
Non ti piacerà più l’odore delle tue scorregge.
Forse vivrai di sogni. O forse morirai di sogni.
Forse morirai e basta.
Credo proprio che morirai e basta.
Beh, era ora, visto come hai vissuto.
La mia giornata tipo è stare tutto il giorno in bagno, seduto sul cesso, a cagare. Ne ho vissute tante di giornate così, specialmente da quando frequento l'università. Mi porto in bagno qualcosina da mangiare, qualche buon libro, e sono pronto per la mia occupazione preferita: cagare, appunto.
Così, mentre sono seduto sul cesso, sgranocchio qualcosa, oppure leggo. Certo, durante gli istanti di cagata effettiva, devo smettere di masticare, o di leggere. In quegli attimi, come soggiogati da una forza invisibile e seducente, i miei occhi si socchiudono e la bocca si schiude: e capisco, in quei momenti, di aver raggiunto il mio Iperuranio, quello mio personale, non quello di Platone. Nel mio Iperuranio volano stronzi di tutti i tipi: ci sono quelli duri, larghi e lunghi, oppure le palline piccole di cacca, quelle che si fanno di solito quando si va di fretta. Personalmente non mi capita mai di andare di fretta mentre cago, visto che considero la cagata un momento sacro della mia giornata. Dal mio regno metafisico ho bandito invece la diarrea: secondo me è una tipologia di merda che non merita tutta l'attenzione che le è stata data nel corso dei secoli. Sopravvalutata, insomma. Un pò come Dio e la poesia. Non sto dicendo, e credo che sia inutile precisarlo (ma lo preciso), che Dio e poesia sono merda. Sto solo dicendo che la diarrea non è vera cacca. Non dà piacere. Dà fastidio. Come Dio e la poesia, appunto.
Capii di essere portato per le feci in genere sin da piccolo. Quando un gabbiano mi cagò adosso per la prima volta, avevo 7 anni. E, come dicevo, capii. Capii la mia strada. Cagare sulla gente: ecco quello che volevo fare. Su tutta la gente, come i gabbiani. Ma non per portare fortuna. Così, per cagare. Per unire il mio Iperuranio a quello degli altri. Ecco perché quando mi siedo, lì, sulla mia tazza, penso. Penso a ognuno di voi, sotto le mie chiappe che si contraggono. Vi dedico uno stronzo a testa. Immagino la vostra faccia, lì, poggiata sulla porcellana.
Aprite la bocca, su. Sto per sganciare.
Uno stridio fastidioso accolse quell’ enorme ammasso di lamiera nella stazione Centrale di Milano. L’Intercity era partito da Crotone, carico di buoni propositi, ma arrancando sullo stivale aveva accumulato ritardo, e caricato folle di vacanzieri, emigranti, o viaggiatori occasionali per brevi tratti, costretti loro malgrado, a sostare nei corridoi, schiacciati dagli zaini enormi, ancora sporchi di sabbia, minacciati da valigioni in bilico sui portabagagli. Comitive chiassose prima, assonnate poi, si alternano negli scompartimenti adiacenti, e Lara può distinguere le voci ma non ha voglia di ascoltare di mare, serate in spiaggia, amori eterni giurati sotto l’ombrellone…No, no. Sa di non poter lasciarsi andare ai ricordi di un estate ancora troppo vicina, mentre il calendario accademico richiama mestamente al lavoro, occhieggiando a un autunno forzatamente chiamato in causa dalla fine delle ferie, dal lunedì in ufficio, dalla spesa al sabato pomeriggio. Ripensa al suo imbarazzo nel mostrare le dita minuscole dei piedi da giapponese lontano dalla sabbia o dagli scogli, e guarda i due fagottini precocemente imbacuccati nelle scarpe bianche, appena comprate per superare le insidie dell’inverno imminente e calpestare asfalto da un capo all’altro della città. Il rumore delle lamiere la scuote. Con tre ore di ritardo il milleruote affaticato giunge a destinazione.
Fine della corsa.