sistermorphine: THIS IS NOT AN EXIT

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sabato, 26 novembre 2005

sei orfano vero? credi che sappia cosa provi, chi sei, perché ho letto Oliver Twist?

La considerazione e la conoscenza che un essere umano avrà mai di te dipende da un pregiudizio iniziale insindacabile. L'ho sperimentato nel corso delle mie, poche a dir la verità, esperienze. Ho concluso che il genere umano fa ridere, onestamente. La gente non ti conosce, e vuole saperne di te. Io non mi conosco, ma non voglio saperne degli altri. Forse è mio allora, il problema. Sanno di me solo qualcosa, eppure sanno tutto. Sanno di me che mi lavo i denti prima di andare a letto, ma dicono di sapere il colore dello spazzolino. E forse sì che lo sanno. Perché come non credo ci sia differenza tra la felicità e il credere di essere felici, magari non c'è differenza tra il sapere e il credere di sapere.

Io cerco, e spero, di non sapere. Vi dico le cose che non so, anche se so che le sapete già.

Io non so aggiustare la catena di una bicicletta. Non sono ferrato in nessun campo del sapere. Non so aggiustare una finestra che non si chiude bene, non so lavare i piatti, figuriamoci cucinare. Non so stare in piedi a parlare con la gente, non so contare nè suonare uno strumento, non so che cosa prendere al ristorante, e non faccio sport perché non ne sono capace. Io non so prendermi cura di un bambino, e nemmeno di un animale. Comprai un pesce rosso, tanti anni fa, e la mattina dopo lo trovai boccheggiante sul pavimento della cucina. Non so ringraziare le persone, nè fare loro complimenti. Non so cosa è la vera perdita, perché non l'ho mai subita. Non conosco il passato del mio paese, non conosco il mio paese. Non conosco la vostra vita. Non so trattare bene i miei genitori. Non so credere nell'amicizia, non conosco il sudore del sacrificio, nè la fede del religioso. Non so pisciare nel gabinetto per bene, non so usare la lavatrice, non so stendere il bucato in ordine. Non so sciare. Non so alimentarmi con cura, non so collezionare esperienze, non so credere nel futuro. Non sono in grado di progettare un' endoprotesi, non so usare nessun programma, non sono interessato ai codici informatici. Non sono veramente competente in nulla. Non so stupire nessuno, nè fare sorprese, non so cosa voglia dire alzare una Coppa dei Campioni. Non so cosa sia la malva, non conosco i percorsi per fare trekking con gusto, nè i metodi per sviluppare il fisico in 2 giorni.

Non voglio annegare nell'oceano del vostro bicchiere. Morirò di sete, meglio.

 

postato da: DirectorGood alle ore 14:29 | link |
lunedì, 21 novembre 2005

patate e pupille

Mio nonno ha dato la sua vita per due cose: mia nonna, compagna di una vita, e le patate. Aveva un orticello, davanti alla sua casetta, prima che la guerra glielo portasse via. Ci lavorava tutto il giorno, e mostrava a me come fare. Mi aveva insegnato a usare il coltello per modellare il legno, a manovrare con facilità la carrucola del pozzo, a essere un bravo piccolo contadino. Lavorava dalla mattina alla sera, e a fine giornata, rientrava in casa, dove mia nonna gli metteva davanti la cena. Ricordo il silenzio di quella casa, il silenzio di quelle giornate di lavoro, le poche parole severe una volta tutti a tavola. Ma da una settimana notavo qualcosa di diverso. Vedevo il nonno rientrare inquieto, all’ora di cena. Era frustrato, lo vedevo, come se non avesse lavorato abbastanza. Vide il mio turbamento nel guardarlo. Mi chiamò più presto del solito il giorno dopo. Mi mostrò i piccoli canali di terra in cui il giorno prima aveva piantato i semi delle patate. Rimasi a bocca aperta. I canali erano stati letteralmente devastati da minuscoli cicloni, e dei semi, nessuna traccia. Lo guardai stupefatto. Annuì leggermente. “Topi, piccolo. Ormai da un po’ di giorni lavoriamo per loro.”

Non mi ero accorto di niente. Credevo, svolgendo i piccoli lavori che il nonno mi assegnava, che tutto andasse bene. Ora sapevo che poteva finire male. Vivevamo grazie a quello, laggiù. Chiesi al nonno cosa avesse intenzione di fare.

“Deve essere uno soltanto. Sì, è solo uno, me lo sento,”disse. Decise di mettere delle trappole, vicino ai canali con i nuovi semi, quella sera.

Fu una sera di attesa, per me, di trepidazione. Sarei stato a guardare quelle trappole dalla finestra per tutta la notte. Ma venne il momento di andare a dormire. E ci andammo. Il sonno dei giusti, come si dice.

Il giorno dopo lo trovammo. Era lì. Grande, marrone e vivacissimo. In trappola. Aveva ancora parassitato per qualche canale, prima di arrendersi al volere dell’uomo. Lo guardavo come se fosse il Demonio. Mio nonno era invece impassibile, mentre si avvicinava alla trappola.

“Vai a prendermi il cacciavite rosso – disse –  quello a croce”.

Glielo portai. Mio nonno aprì la trappola, e prese in mano il topo, stringendolo forte. Il topo si muoveva peristalticamente. Sembrava posseduto sul serio. La sua coda sembrava impazzita. Gli occhi sembravano quasi uscire dalle orbite, per il terrore. E faceva bene, a temere. 

Perché mio nonno mi chiese di passargli il cacciavite. E lo afferrò, con la mano libera, dalla parte del manico rosso. E tenendo ben stretto il topo nell’altra mano, gli cavò un occhio. E con il primo occhio ancora sulla croce del cacciavite, sporco di sangue, gli cavò anche l’altro. Lo gettò poi per terra. Il ratto era stordito, ma si sarebbe ripreso e sarebbe stato sempre sottomesso alla sua mancanza, ora. Lo vedevo girare intorno, molto lentamente. Cieco in una giornata di sole.

Purtroppo per lui, aveva ancora una vita davanti. 

 

 

 

 

 

postato da: DirectorGood alle ore 14:35 | link |
giovedì, 17 novembre 2005

l'uomo che non voleva stringere la mano

Lo incontrai  a una festa universitaria. Me lo presentò una mia amica. Ci stringemmo la mano e capii al tatto che aveva due sole dita. Non so quale fu la reazione del mio volto,  ma capii che lui aveva capito. Mi dissero che aveva malformazioni genetiche delle mani. La mano destra aveva due dita. Un dito era evidentemente il pollice, l’altro era un dito più grosso, molto più grosso, che verosimilmente aveva inglobato lo sviluppo delle altre quattro. La mano sinistra aveva invece 3 dita. Soffriva. Lo vedevo. E costringeva me a soffire. Avrei dato non so cosa per non far comparire sul mio viso quell’espressione di stupore, di sorpresa, a cui era seguito lo sguardo verso la sua mano. Lo guardavo alla festa, cercando di essere discreto. Cercava di tenere le mani in tasca. Uno sforzo sovrumano, in cui si rifletteva una vita passata a sopportare espressioni come la mia. Una vita passata cercando di sembrare normale. Continuai a pensarlo per giorni. E capii molte cose. Mi vennero in mente i sani. Mi vennero in mente le loro malattie. Quelle di cui si dichiarano vittima. Quelle di cui la loro anamnesi trabocca.

Pensai a quelli che cancellano gli errori con la scolorina perché altrimenti è disordinato. Pensai a quelli che tolgono lo zucchero alla macchinetta prima di prendersi il caffè. Pensai a quelli che dicono di non riuscire a indossare un indumento non stirato. Pensai alle oche che mangiano yogurt credendo faccia bene al loro futuro ma anche alla pelle del culo. Pensai ai quei cani il cui unico problema è arrivare puntuali a una lezione, e che si permettono emozioni solo nei dieci minuti di pausa. Penso a chi vuole saperne degli altri scoreggiando da un altare o affacciandosi a un balcone ogni dieci giorni. Penso tuttora a quanto vivo male io. Penso a quanto meriterebbe lui di vivere bene. Penso ad Al Bano. Penso al Rosso, che si è messo la panca in camera per fare pettorali. Penso al Grande, che guarda le kilocalorie prima di mettersi in bocca la patatina. Penso alla ragazze che guardano se le ginocchia delle vallette in tv sono grandi o piccole. Penso a voi, a tutti voi, che pensate che io sia uguale agli altri, e che questa sia solo retorica. Beh, è vero.

Ma ci sto provando. Ci sto provando con grande fatica a diventare il pastore.

postato da: DirectorGood alle ore 16:30 | link |
lunedì, 14 novembre 2005

morning glory

Socchiudo gli occhi, i primi raggi scavalcano i passanti nella tapparella. Radiosveglia ancora per pochi secondi su 7:29. Poi il via. Anticipo la discesa dal letto per illudermi di avere ancora il controllo, e disinnesco l’allarme prima dell’esplosione. Non penso al mio sogno infranto, è il momento di vivere. Apro la porta, mi tuffo nel corridoio. Il fragore del frigorifero non infrange il sonno del Grande, né del Piccolo, figuriamoci del Rosso. Bagno, il cesso funziona ma non mi serve, doccia, qui posso pensare, in effetti. L’accappatoio verde Groenlandia mi dona davvero, lo dice anche lo specchio, ma tra un po’ sarà umido sul letto, e avrà attenzioni solo nel tardo pomeriggio, quando sarà trasferito sul termosifone. Pesco dall’armadio e sono in strada. Non è tardi, ma non vedevo l’ora di nascondermi nella nebbia. Il cielo è ancora buio. Eppure è pieno di macchine. Non dormite mai, voi. Non prendo la metropolitana, una sorta di istinto di sopravvivenza. Durante il cammino immagino goal fantastici, il bacio della maglia, penso alla mia sfilata su Corso Roma a 6 anni con la maglietta di Lothar, la mia unica sfilata. 1989, scudetto dei record. Nostalgia. 5 maggio. Tu, come me, non c’è fuso orario, buongiorno piccolina. Penso al futuro, che sovrasta il passato disprezzando il presente. Piazza Leonardo. Schivo gli altri automi. Ridono piangono parlano. Non vedo i fili che li guidano dall’alto. Non vedo neanche i miei, ma voglio un paio di forbici. Penso a lui, a Pennac.

E mi viene, la spinta giusta: invecchiare è l’unico modo che ho trovato per non morire giovane.

 

 

 

postato da: DirectorGood alle ore 23:22 | link |
sabato, 12 novembre 2005

11 novembre

Da ieri, 11 novembre 2005, il mio cesso non funziona più. Qualcuno che non conosco, ma che mi dicono risponda al nome di Carlos, alto 207 cm e pesante 123 kg, domiciliante in quel di Meda, ha non solo vomitato sul mio letto, assicurando al vino la trasformazione contro-naturale in mosto, ma ha anche otturato il cesso in seguito ad altri bei romantici conati. Questo non mi preoccupa più di tanto. Per cagare c'è spazio a casa e inoltre, come mi hanno suggerito ormai in tanti, rimane sempre il lavandino, e qualora questo risultasse troppo alto e richiedesse uno sforzo immane e non compensante quello della cagata in sè, rimane sempre il frigorifero. Tanto qui in casa ne abbiamo due. Il Piccolo e il Grande, due dei miei 3 coinquilini, pretesero infatti un secondo frigorifero, spalla ideale per la loro vita tutta panche e bilancieri. Tra l'altro proprio il Piccolo ha vomitato in piena nottata, ma non sul mio letto, bensì nel suo, mentre dormiva. Se non lo avesse fatto, ha diagnosticato il Rosso, l'altro mio coinquilino, sarebbe andato in coma etilico. Qualcuno ha poi dimenticato gli avvisi del Grande, che gridava ovunque, sempre nottetempo, che il cesso era stato otturato. Per questo gli stronzi di qualcuno, galleggiano ancora, lì, nell'unico bagno della mia casa. Mi sono soffermato proprio poco fa a guardarli. Se il diametro dell'ano è proporzionale alla lunghezza dello stronzo, allora Carlos può essere ancora il colpevole. Dopo tutto uno alto 207 e pesante 123 non può cagare da un buchetto. Li guardavo, poco fa, dicevo. Bellissimi. Marroni, con macchie giallognole, grumi solidi qui e là, e sottomissione accondiscendente al principio di Archimede.

 

postato da: DirectorGood alle ore 18:30 | link |
giovedì, 10 novembre 2005

wake me up when I die

Relazionandomi col mondo esterno sono venuto a conoscenza di vari principi, secondo i quali sarebbe cosa buona e giusta indirizzare il corso della vita e della conoscenza.

Tali assiomi sono riportati qui di seguito. Non so se è pleonastico specificare che a me tali assiomi fanno cagare. Li riporto, ma non nell'ordine in cui li ho sentiti:

  1. la signorini è una professoressa
  2. la signorini è una donna
  3. la memoria fotografica non è rara, io ce l'ho
  4. dio esiste
  5. dio non esiste
  6. la politica fa schifo al mondo di oggi, quindi non voto
  7. io sono troppo buono

Naturalmente non sono tutti. Mi sono limitato a fare un elenco veloce, e improvvisato. Ho provato a farmi un'idea del perché vada male. Va male perché oggi  la gentilezza è un'eccezione. Perché deve essere ricompensata con almeno 1000 grazie. Va male. Sia per i conosciuti, che vorrebbero sfondare sempre di più ed emergere sempre di più. Sia per gli sconosciuti, che vorrebbero rimanere tali. E i primi saranno sempre lì nella loro semi-popolarità, e i secondi verranno smascherati.

    8. è il peggiore dei mondi possibili

postato da: DirectorGood alle ore 19:14 | link |
domenica, 06 novembre 2005

rufio rufio ru-fi-oo

Quello che mi spaventa è la loro sicurezza. Quello che mi piace è la mia insicurezza. Non sono mai stato sicuro nella mia vita, manco di mia madre. Già al battesimo ho imparato poi a fidarmi poco dei preti. Ho preso sempre tutto alla lontana. Non sono certo di niente. Parlando con alcune persone, o meglio ascoltandole, provo l'impulso irrefrenabile di andare a cagare in bagno. Il loro indicativo presente e quella certezza così lampante da cui sono guidati mi fanno paura. Hanno tutta la loro vita davanti, sognano, sanno quello che c'è da fare.

Io non ne so molte, di cose. Mi limito a guardare dalla finestra, a farmi un'idea labile, non salda. Amo far scorrere i pensieri dentro di me, amo lasciarmi andare nel fiume, dribblando le rocce impassibili. L'indicativo presente mi fa cagare.

Mattina, di Giuseppe Ungaretti

Mi illumino di immenso

 

Mattinata, di JB

Mi riempite di merda

 

Qualcuno di voi scriva anche per me 6 pagine di commento sui miei versi inimitabili, grazie. Mi raccomando, tenete presente il contesto in cui l'autore ha vissuto.

 

 

 

 

 

 

 

postato da: DirectorGood alle ore 11:10 | link |
giovedì, 03 novembre 2005

adam smith si sbagliava

Tu mi chiedesti il nome ed entrasti nella mia vita. Qualcuno decise il nostro nuovo incontro a un semaforo in cui ci scambiammo insicurezze e paure. In quei pochi attimi mi hai regalato il sapore della tua diversità, la dolcezza che si allontanava dal cielo nero di Milano, la luce del tuo sorriso. L'ombra di tormento nei tuoi occhi, la tua mano delicata che cercava i guanti nelle tasche, la tua voce così bassa.

E io che ero un pupazzo nelle mani del destino, un pop-corn che saltava sulla terra che brucia, un moscerino sul parabrezza del mondo. E io che mi nascondevo nella mia ultima fila, al largo dalla paura della fatica e al riparo delle mie incertezze. E tu, che hai deciso, ancora, di venirmi a prendere, di lanciarmi il salvagente, e di farmi salire, accanto a te, sulla barca, senza aspettarti niente in cambio.

Ora ti tengo io al mio riparo. Ora condivido con te i miei desideri. Ora non ho più paura. Penso solo a quando dovrò saldare il conto con chi ti ha portato da me. Penso a chi devo il capolavoro del mio destino. Come vorrei pagare il debito? Facendoti felice per tutta la vita. Facendo felice la principessa che mi ha dato una seconda possibilità. E una terza. E una quarta. E una quinta. E altre infinite.

postato da: DirectorGood alle ore 22:01 | link |

cristoforo colombo è morto

Ho capito di non essere fatto per viaggiare. O meglio, per viaggiare oggi e nel modo in cui oggi si deve viaggiare. Mi piace spostarmi sì, ma solo finché lo spostamento è solo "atto dello spostamento', e finché non si mescola con l'obiettivo dello spostamento, ossia la destinazione. Mi piace sentire il vento sul viso, capire di essere in movimento, la preparazione del giorno prima, il pensare a che cosa mettere nel panino del pranzo a sacco. Ma arrivato sul luogo, mi scendono i coglioni. Proprio mi cadono. Io quando viaggio non riesco a leggere una guida turistica, magari mentre sono in treno. Mi devo godere l'atto dello spostamento, e non mescolarlo con l'obiettivo. Non posso arrivare sul luogo e trovare il biondino in calzamaglia che mi dice: "Ha dodici minuti per recarsi in Piazza Laerte e poi si può partire con il giro turistico". Se devo vedere il documentario, lo vedo a casa, c'è il figlio di Piero Angela che calpesta le merde nelle tombe al mio posto. Il bello del viaggio secondo me dovrebbe essere l'atto dello spostamento, non l'obiettivo. Per questo (ma l'ho già detto?) l'obiettivo potrebbe anche non esserci, l'importante è l'atto. Non a caso si dice "a me piace viaggiare" e non "a me piace arrivare".

Oggi purtroppo esiste una concezione incrementale della cultura: lo faccio perché non l'ho mai fatto. Questa concezione spesso offusca il piacere del viaggio puro, o almeno dell'atto dello spostamento, o viene confusa con esso. Ecco la voglia di giudicare il luogo: "oh guarda il castello angioino dove c'era il nonno di Ulisse", "oh guarda il cameriere del bar di Penelope, il cameriere, sta cagando", "oh guarda la statua dell'uccellino, l'uccellino sta pisciando".

Sono frasi che si sentono sempre più spesso andando in viaggio, e che si accordano bene con il tronfio sorriso di questi 'incrementalisti'. Dovrebbero dire "a me piace arrivare, anche se non la faccio venire". Vi consiglio, incrementalisti, di stare a casa. Così la fate venire. Penelope, intendo.

 

postato da: DirectorGood alle ore 00:34 | link |
martedì, 01 novembre 2005

la prima volta...

La mia prima volta ero molto nervoso. Non facevo che sudare. Ero già nervoso in realtà prima di...Essere lì. Intrecciavo le dita sudate, avevo un prurito al collo terribile, e non riuscivo a parlare. Arrivato lì, continuavo a sudare. Era terribile. Ero eccitato e infastidito allo stesso tempo.Sapevo di dover dimostrare qualcosa. La mia controparte sembrava molto più esperta di me: la vedevo sicura e consapevole di quello che stavo provando, dei miei pensieri, delle mie intenzioni. E sapeva benissimo quel che doveva fare. E io continuavo a sudare.Senza un motivo preciso. Non faceva tanto caldo. Ma sudavo, e soprattutto...Non riuscivo a metterlo dentro. Sì, non sto scherzando. Non riuscivo a metterlo dentro.

Per questo fui sostituito a fine primo tempo. Da allora il vecchio mister Gianni mi fa giocare sempre in difesa. E ve lo dico con sincerità: nessuno, da allora, è ancora riuscito a infilarmelo.

 

 

 

postato da: DirectorGood alle ore 21:04 | link |